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La forza della comunità

Don Andrea Zuarri da pochi mesi alla guida della parrocchia di Cibeno, tra bilanci, esperienze e progetti futuri.

di Giacomo Sforzi

 

La forza della comunità

Don Andrea Zuarri

 

È un bilancio soddisfatto quello tracciato da don Andrea Zuarri sui primi mesi alla guida della parrocchia di Sant’Agata a Cibeno. L’ingresso di don Andrea, avvenuto lo scorso 15 ottobre in sostituzione di don Carlo Gasperi e don Arnaud Giegue, ha portato con sé già diverse novità, innestate sulla comunità costruita negli anni dal prezioso lavoro svolto da don Gasperi.

Don Andrea, come valuta questi primi mesi in parrocchia a Cibeno?

L’impressione iniziale di questi primi sei mesi è molto buona, anche se per fare un bilancio di una parrocchia di cui non conoscevo molto sarebbe necessario almeno un anno. C’è una comunità che vive in modo importante la propria laicità, con una corresponsabilità nella gestione della parrocchia vissuta in modo molto bello. La difficoltà più grossa riguardo la questione del Sinodo è che qui la sinodalità la si vive già da molto tempo grazie al grande lavoro svolto da don Carlo. I primi mesi sono decisamente positivi, sono presenti tanti collaboratori molto preparati il cui ruolo è fondamentale per portare avanti progetti e attività della parrocchia.

Come si può adoperare e dove può migliorare la parrocchia per essere un punto di riferimento del quartiere?

Non conoscendo bene il quartiere al momento non ho ancora un’idea chiara, ma la percezione è che uno dei punti critici riguarda soprattutto gli anziani, sempre più soli nelle proprie case e abbandonati a loro stessi. C’è una certa necessità di lavorare su questo; la parrocchia non deve aspettare le persone, ma piuttosto andarle a trovare. Su questo tema so che qualche anno fa si tentò, soprattutto tramite il gruppo Giovani, di aiutare alcune associazioni del territorio: sicuramente sono progetti da riprendere, cercando di far ripartire questi aiuti con tutte le dovute accortezze che il nostro periodo storico ci impone.

Cosa si può fare in più per i giovani?

Anche per i giovani penso ci vorrebbe qualcosa che aiuti ad allargare un po’ il giro. Ultimamente è uscita la proposta di fare un angolo giovani durante la Sagra, per creare area dedicata a loro in stile birreria-paninoteca, mi sembra un’ottima idea. In questo modo si possono incontrare tante persone che normalmente non hanno nulla a che fare con il mondo dell’associazionismo tradizionale, provando a costruire un nuovo tipo di rapporto. Importante è anche la questione sportiva, utile per intercettare giovani tramite le squadre che si allenano nel campo parrocchiale, così da allacciare relazioni e rapporti con altri ragazzi che non orbitano attorno alla parrocchia. Lo sport può essere un ambito importante sul quale puntare.

Com’è stata presa la decisione di accogliere una famiglia ucraina?

È stata una cosa improvvisata, tirata fuori per la prima volta in Consiglio Pastorale senza alcun preavviso: una bella sorpresa. Dopo un primo smarrimento dei consiglieri è emerso un ra- gionamento molto bello, ossia che se si è cristiani non si può dire di no. È una bellissima esperienza di carità, e l’adesione di tanti subito dopo la decisione del Consiglio dimostra che la comunità è davvero unita ed il Consiglio è davvero rappresentativo, non limitandosi ad essere solo un gruppo di persone che prende le decisioni, ma un organismo interno al tessuto della parrocchia. A volte accade che i consigli pastorali siano avulsi dalla realtà, ma qui non è successo. Che la decisione finale di ospitare queste persone sia arrivata da un giudizio di fede è un aspetto molto interessante e molto bello.

Qual è stato il ruolo della comunità nell’accoglienza?

L’adesione al progetto è partita davvero da un’adesione di fede che ha portato la gente a rispondere in modo eccezionale. In meno di una settimana è stato pulito, allestito, pitturato e arredato l’ex appartamento di don Carlo Gasperi, rimettendolo a nuovo per ospitare queste persone. Questa famiglia sta vivendo una fase di assestamento in questo dramma, cerchiamo di dare loro riservatezza e tranquillità per farli sentire a casa.

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