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«Io e il Padre siamo una cosa sola»

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 8 maggio 2022

«Io e il Padre siamo una cosa sola»

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Commento

Il brevissimo brano di questa domenica è tratto dal capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, caratterizzato dal concentrare alcuni discorsi di Gesù sul tema del pastore e delle pecore. Gesù usa diverse immagini di ambito pastorale all’inizio del capitolo, parla del pastore che conosce le sue pecore e di queste che lo seguono, dice di se stesso di essere la porta delle pecore (Gv 10, 7-9), dalla quale si entra per essere salvi e infine rivela: “io sono il buon pastore” (Gv 10, 14).

L’immagine del pastore è molto importante nel mondo biblico, non solo per il chiaro riferimento a un’attività umana molto diffusa in quella regione, ma anche perché generatrice di molte importanti simbologie nei testi dell’Antico Testamento. Raramente si parla di Dio come pastore, ma spesso si descrive la sua azione verso gli uomini come quella di un pastore, in particolare nel suo essere capo che guida e protegge, e contemporaneamente si prende cura amorevolmente delle pecore. Ricordiamo il famoso Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”.

Pastore è anche il titolo del nuovo re, Davide, che Dio susciterà per il suo popolo, secondo la profezia di Ezechiele: “Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore” (Ez 34,23). Questo il quadro nel quale sono inseriti i versetti di questa domenica. Quando Gesù parla di se stesso come un pastore e di quelli che lo seguono come di pecore, in pratica dice di essere il messia e infatti proprio da questa domanda nasce il suo discorso: pochi versetti prima gli era stato chiesto da quelli che lo ascoltavano al tempio durante la festa della Dedicazione: “fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” (Gv 10, 24).

Gesù è il messia, il buon pastore, ma lo capiscono solo quelli che lo ascoltano veramente, cioè lo ascoltano con il cuore e sono disposti a seguirlo mettendolo al centro della loro vita. Quello che Gesù chiama conoscenza è un rapporto di amore che dà vita. Gesù vuole essere incontrato in un’intimità di amore e non solo con una convinzione della mente. L’immagine del pastore ci parla del prendersi cura e del conoscersi reciprocamente. Le pecore sono al sicuro, nessuno le strapperà dalla mano del pastore, Gesù lo dice per ben due volte. Ma chi potrebbe strapparle, chi rappresenta un pericolo per le pecore, cioè per i credenti?

Nei versetti precedenti Gesù parla di ladri e briganti ed anche del lupo che può assalire il gregge. Diffi cile capire bene a cosa si riferisca, probabilmente a tutte le cose che possono far perdere la fede, allontanare da Gesù. Rimane il fatto che nessuno può strapparle da lui, l’affermazione è forte e consolante. Il miglior commento è dato da San Paolo nella lettera ai Romani: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8, 35-37).

Alla base del rapporto con Gesù sta l’amore. Arriviamo qui a vette altissime in cui ci affacciamo al mistero della Trinità. Gesù e il Padre sono una cosa sola, ed è quindi l’unico amore di colui che tutto abbraccia che noi incontriamo in Cristo e che ci avvolge. Riconosciamo in queste parole su pecore e pastori lo stile di Gesù: immagini semplici, popolari, in parte tradizionali, ma che con lui racchiudono una profondità inaudita che si schiude per chi sa ascoltare con fede.

 

Pastore e gregge: l’immagine del pastore e del gregge, profondamente radicata nella Bibbia, esprime contemporaneamente l’idea del capo e del compagno. Il pastore è un uomo forte capace di difendere il gregge ed anche delicato nel prendersi cura delle sue pecore. Dio non è quasi mai detto pastore ma il suo comportamento verso il popolo è spesso descritto in termini pastorali (vedi Is 40,11). I Giudici e i capi del popolo sono detti pastori, non così i re di Israele. Il titolo di pastore è invece esplicitamente legato al re messianico che deve venire a guidare il popolo secondo il cuore di Dio. Gesù usa spesso l’immagine del pastore, del gregge e delle pecore in passi che sono diventati molto famosi, fino a identifi carsi con il buon pastore, che va a cercare le pecore smarrite e dà la vita per loro.

Il pastore ferito di Zaccaria: in Zaccaria 13,7 si parla di un pastore ferito: “Insorgi, spada, contro il mio pastore, contro colui che è mio compagno. Oracolo del Signore degli eserciti. Percuoti il pastore e sia disperso il gregge, allora volgerò la mano anche contro i suoi piccoli”. Questo enigmatico versetto è stato spesso riferito al messia e il Vangelo di Matteo le riferisce a Gesù (Mt 26,31).

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