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«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli»

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 15 maggio 2022

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli»

Dal Vangelo secondo Giovanni

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorifi cato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

 

Commento

Nel vangelo di Giovanni Gesù pronuncia, durante l’ultima cena, un lungo discorso di addio (Gv 13,3117,26). I versetti di questa domenica sono l’inizio di questo discorso. Giuda è appena uscito dal cenacolo e Gesù comincia a parlare in modo solenne. Il primo versetto usa il linguaggio della glorificazione. Il modo più semplice per capire il significato del termine «gloria» è pensare alle parole del Padre Nostro «sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà».

La gloria è la pienezza della realtà di Dio e Gesù dice che si manifesta nel momento in cui il figlio è tradito e comincia la sua passione. La manifestazione di Dio sarà piena al compimento della vita di Gesù cioè nella passione, morte, resurrezione e ascensione. Dio glorificherà Gesù, lo glorificherà subito, cioè non lo lascerà morire ma lo introdurrà nella vita piena. In questa unità paradossale di croce e resurrezione l’amore e potenza di Dio riempiono di sé interamente l’esistenza umana. La sua grandezza si manifesta pienamente nel momento della morte del Figlio, Dio non teme di mostrare la sua potenza in una vicenda di fallimento e di morte. Questo perché la sua potenza ha a che fare con l’amore.

Capiamo allora perché Gesù subito dopo dà ai suoi discepoli il comandamento dell’amore. Il credente vivrà di amore perché il Padre è amore e lo farà secondo lo stile di Gesù: come io vi ho amato così amatevi gli uni gli altri. Proviamo ad approfondire il significato di questo come io vi ho amato. Sicuramente ci aiuta ripensare ad alcune parole di Gesù che parlano della qualità del suo amore: «Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1) e «Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Ma il vangelo non si limita alla visione di un amore eroico che si dona fino alla morte; amare come ha amato Gesù, vuol dire anche farlo nella prospettiva della resurrezione cioè amare con una forza che risana, che da la vita superando ogni morte. Questo stile di amore è talmente importante che diventerà il marchio di riconoscimento dei discepoli. Quelli che credono in Gesù si potranno riconoscere da come sanno amare e amarsi tra di loro. Si tratta di una caratteristica decisiva che non può mancare per rendere autentica l’esperienza della fede cristiana. Risuona l’inno alla carità di San Paolo. «Se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e se avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (1Cor 13,2).

La Chiesa di oggi come in ogni tempo ha bisogno di mostrare una vera capacità di amare, con le caratteristiche di Gesù, la sua passione e la sua radicalità. Le nostre comunità, le nostre parrocchie devono essere luoghi in cui s’impara ad amarsi e si vive la donazione reciproca. Abbiamo sempre bisogno di crescere in questa dimensione e di non stancarci di migliorare, non dobbiamo rassegnarci alla miseria delle beghe quotidiane e delle piccole rivalità, pena l’irrilevanza della nostra presenza, l’irriconoscibilità della verità che portiamo. Allo stesso modo abbiamo tanto bisogno di vedere l’amore vissuto nelle famiglie, che siano luogo di dialogo, di crescita e che vivano il loro dono di essere la testimonianza più viva di come Dio ama la sua Chiesa.

 

Gloria: in greco doxa, in ebraico kabod. E’ uno dei termini teologici più importanti nel vangelo di Giovanni e lo si comprende dall’uso del corrispondente vocabolo ebraico. Nell’Antico Testamento la gloria è la manifestazione visibile di Dio in azioni sorprendenti della natura (ad esempio temporali) o della storia (come la manna nel deserto). La gloria di Dio si manifesta nell’incarnazione (Gv 1,14), nel ministero di Gesù, ma in particolare nel mistero della sua passione, morte e resurrezione. Da qui l’uso del verbo glorificare: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23) e «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!» (Gv 12,28).

Amare: tutti i vangeli fanno della carità la caratteristica principale del cristiano. Il primo comandamento è amare Dio con tutte le proprie forze e il prossimo come sé stesso. I sinottici riportano il comandamento di amare anche i nemici. L’evangelista Giovanni è ancora più deciso nel fare dell’amore la motivazione dell’agire di Dio: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito » (Gv 6,13). Infine, in una suprema sintesi la prima lettera di Giovanni afferma che Dio è amore: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,8).

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