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Ritornare a Gerusalemme è pur sempre un privilegio e un tornare alla normalità

Ritornare a Gerusalemme è pur sempre un privilegio e un tornare alla normalità

 

A Gerusalemme arriviamo provenendo dalla Giordania. Quando si parla di Terrasanta quasi sempre si finisce per comprimerla nei percorsi obbligati tra Giudea e Galilea. Città Santa, Betlemme, Cana, Nazareth, Monte Carmelo, Tabor, Cafarnao… In realtà è riduttivo, come raccontare la bellezza delle Dolomiti citando quattro Passi e qualche perla incastonata nelle splendide valli cui fanno da corona.

Anche Giordania è Terrasanta. Se ancora Petra e Gerasa la fanno da padrone nei richiami turistici, è tutta la storia di Israele che in queste terre di moabiti, edomiti, elamiti ha intrecciato la propria epopea di liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, passando da qui verso la libertà. E così, se la città di Madaba rimane un gioiello ancora per tanti versi da scoprire, basterà il Monte Nebo a giustificare la bellezza di un viaggio che stupisce e ammaestra. Lì, da quello sperone che domina la valle del Giordano, si racconta che Mosè abbia visto il realizzarsi delle promesse di Dio, senza poter entrare in quella terra che tutti hanno chiamato e continueranno a chiamare promessa. Oggi, sul luogo, incombe una chiesetta moderna, che custodisce al proprio interno mosaici bizantini del IV secolo capaci di sconvolgere per la loro bellezza. Sono state le intuizioni geniali di Michele Piccirillo, frate francescano e acutissimo archeologo morto prematuramente nel 2008, a fare di questo luogo una capitale dell’anima.

Se la Giordania rivendica i suoi diritti spirituali, compreso il luogo del battesimo di Gesù, è sempre Gerusalemme a far da richiamo a quella che rimane la capitale di Dio e, di conseguenza, la patria di tutte le religioni monoteiste. La città più bella al mondo, sostengono in molti. Di sicuro la città dove si apprende l’alfabeto per capire perché il mondo gira in un certo modo da secoli eterni. Che sia sempre bella è un dato di fatto. Deve averla pensata così anche il Padreterno, prima ancora che nascessero le sue mura, considerato che qui ha deciso di ambientare molti episodi del suo parlare con gli uomini. Bellezza a parte, si capisce che anche qui il Covid ha fatto le sue e gli esiti sono lì a raccontare un turismo ancora sotto tono rispetto agli standard del pre-pandemia. Molte botteghe con le serrande abbassate e soprattutto una città dove non è necessario sgomitare o fare le lunghe file per visitare i luoghi che ci raccontano gli ultimi giorni di Gesù. È niente, ripensando alla ressa di qualche tempo fa al santo Sepolcro o al Getsemani. Sentiamo intorno molto vociare spagnolo. Sono per lo più dal Messico o da altri Paesi sudamericani. Ma molti sono anche dalla Spagna. Soprattutto studenti, attratti da una politica turistica dai prezzi favorevoli che fa di tutto per recuperare il tempo perduto. Chiediamo se qui il Covid sia ancora vorace. Smentiscono ma in modo distratto, quasi per non tradirsi con la mimica. Qui non si vedono mascherine indossate o altri accorgimenti preventivi. È piacevole sentirsi così rassicurati. Ma è un tantino ingenuo.

Più che il Covid, ad allarmare un po’ è la percezione del malessere in atto tra ebrei e palestinesi. Non che il turista abbia modo di sentirsi in pericolo. In alcune situazioni basta il buon senso di girare alla larga. Non importa se, dalla spianata delle moschee, si alza l’urlo di rivolta del popolo palestinese, forte come le trombe che hanno fatto crollare le mura di Gerico. E neppure se, a coprire quel grido, arrivano gli spari della polizia israeliana. L’importante è trovarsi altrove. Poi, lì, ci andrai il giorno dopo e tutto ti sembrerà come il luogo di pace che hai sempre pensato. Perché le batterie dei rancori saranno momentaneamente messe in ricarica per la prossima occasione, lasciando correre la storia nell’alveo del mistero, che fa di Gerusalemme qualcosa di inspiegabile.

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