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Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Giugno 22, 2022

I tanti soldi per le armi e gli aiuti negati ai poveri che muoiono di fame

 

Sfoglio annoiato qualche giornale. Il caldo intorno si beve l’ultima umidità racchiusa nelle pagine, che si arricciano ai bordi, quasi a volersi sfogliare da sole. L’occhio mi cade in particolare su una fotografia. È una delle tante che ci racconta la miseria dell’Africa, che rischia di lasciarci nell’indifferenza, come se morire di fame fosse la cosa più scontata del mondo. Seduti per terra, sulla sabbia rossa, dieci bambini, uno più piccolo dell’altro, si spartiscono l’unico pasto del giorno, una ciotola di riso che, da noi, basterebbe sì e no per due o tre persone. Con una mano si appoggiano al terreno per stare ritti, con l’altra vanno ad attingere nell’unico piatto. Siamo nel Sud Sudan, terra in piena emergenza alimentare, con rischio di una incombente catastrofe umanitaria.

Quasi per reazione istintiva, mi ricordo che abbiamo celebrato da poco la festa del Corpus Domini, evocata nella liturgia dal vangelo di Luca, col racconto di Gesù che spezza il pane per la folla che ha fame. E mi tornano alla mente le parole di un teologo: “I poveri sono il sacramento del peccato del mondo”. O anche il volto non credibile di una Chiesa, che ha messo da parte le dodici ceste avanzate, per rimpinguare quelli che già hanno la pancia piena. In Sud Sudan, dove la situazione è ormai drammatica e dove la gente è alla fame, stanno chiedendo da qualche tempo un aiuto straordinario di 400 milioni di dollari per far fronte all’emergenza. Ma è un grido senza risposta perché, come rispondono gli organi ufficiali, di soldi non ce n’è.

Ma basta girare pagina di giornale per trovarmi davanti ad altro scenario. Biden, il presidente degli Stati Uniti, ha appena stanziato altri mille milioni di dollari per comprare armi da mandare in Ucraina. Ha commosso il mondo la litania di lacrime, distruzione e morte che gli inviati di guerra ci servono ogni giorno all’ora di cena. E tutti noi, presi da un sussulto virtuoso, ci siamo schierati a favore delle vittime, ansiosi di vedere i carnefici nella polvere. Ma qualche volta basta una foto per riscrivere i contorni della storia, fino a chiederci se un miliardo in cannoni non sia una bestemmia davanti ad una ciotola di riso contesa da dieci creature affamate.

Ed è allora che la domanda si impone da sola: perché un popolo che muore di fame è da meno di un popolo che muore sotto le bombe? Ed è allora che si insinua il dubbio che non sempre la solidarietà umana fiorisca da animi disinteressati. Un miliardo in armi di vario genere è pur sempre un ricambio di magazzino, per mandare armi vecchie sui fronti delle guerre altrui, mentre si fa spazio ad armi nuove, più moderne e sofisticate. Arsenali che si svuotano per essere riempiti di nuovi ordigni di morte, mentre i loro fabbricanti gongolano, mentre lucidano ed assemblano, garantendo voti al politico benefattore.

Verrà un tempo in cui la storia, e quello sarà probabilmente un anticipo del giudizio di Dio, ci chiederà conto per aver abbandonato al loro destino tanti fratelli senza voce. Per aver avuto la presunzione di fare un mondo giusto senza avere uomini giusti, capaci di capire che solo dalla giustizia può venire la pace. Erano gli inizi degli anni ’90 quando tra giornalisti ci si chiedeva perché la nostra informazione occidentale, e quella italiana in particolare, si interessassero così poco di quanto accadeva nel resto del mondo. Dove ci sono poveri le imprese non investono, si diceva. E dove non ci sono soldi tanto vale non perdere tempo.

Ci saremmo accorti di lì a poco di quanto miope fosse quella lettura. Se oggi i gommoni ci portano in casa le frustrazioni dei poveri e i loro sogni di riscatto è solo perché non siamo riusciti ad avere cuore e occhi per guardare in tempo i loro bisogni. Ora guardiamo con orrore alle armi dei russi, ma saranno le “armi” della povertà a rendere più drammatico e meno sicuro il nostro domani.

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