Le radici della violenza
Il Settimanale, In te ipsum redi, Rubriche

Pubblicato il

27 Luglio 2022

Le radici della violenza

 

La violenza è una espressione del male che caratterizza tutta la storia umana e ha le sue radici nel cuore dell’uomo. Deriva da qualcosa che in sé è positivo: la volontà libera della persona e la sua tendenza ad affermarsi alla ricerca del bene e della felicità. La violenza tende a strutturarsi a vari livelli: a)all’interno della stessa persona; b) nei rapporti interpersonali; c) nei rapporti sociali. Nei primi due livelli, si consolidano atteggiamenti e modi di reagire, che la sapienza, fin dall’antichità ha denominato vizi capitali.

Nel rapporto con sé stesso, l’uomo quando si forma un concetto sbagliato di sé assume un atteggiamento che gli impedisce di cercare fuori di sé stesso ciò che è in grado di soddisfarlo: è la superbia. Questo atteggiamento narcisistico, che porta l’uomo a considerarsi autosufficiente, invece di soddisfare il suo bisogno di realizzazione, lo rende sempre più insoddisfatto e accumula una aggressività che tende ad esplodere appena ne ha le condizioni. Essa produce arroganza, discordia, offese, ecc. Di fronte a chi si ritiene che abbia ciò di cui ci si sente privati, nasce l’invidia, che porta a pensare che il bene degli altri diminuisce o impedisce il proprio bene. Quest’ultima produce tristezza e aumenta ulteriormente la propria insoddisfazione.

Il bene difficile e il male facile

Nel rapporto con gli altri, si sedimentano quegli atteggiamenti che possono essere identificati con l’ira, la lussuria e l’avarizia. L’ira nasce dalla volontà di eliminare il conflitto con l’altro distruggendo l’avversario o impedendo- gli di vivere o esprimersi liberamente. I suoi frutti sono: prepotenza, contese che possono terminare persino in morte, ecc. La lussuria pretende trasformare l’altro in oggetto di possesso e strumento di piacere. I frutti li conosciamo: le pagine dei giornali ne sono piene. L’avarizia (o meglio, l’avidità) trasforma le cose – e i soldi che le rappresentano tutte – nel tesoro che dovrebbe riempire il cuore dell’uomo, ossia, nel suo fine ultimo. I suoi frutti sono: frode, menzogna, violenza, durezza di cuore che impedisce la bontà e la misericordia con gli altri. A questa si può aggiungere la gola, che porta a pensare che tutto esiste per essere consumato, e non per soddisfare i veri bisogni di tutti. L’insoddisfazione di fondo che nasce da tutto questo si chiama accidia. Essa impedisce all’uomo di crescere e, soprattutto, di elevarsi al di sopra di ciò che è puramente sensibile, materiale, rendendosi incapace di cogliere il fine per il quale esiste. Tutti questi vizi, poi, sono rafforzati dalle passioni, quando queste sono sottratte al controllo della ragione, in quanto il bene da cercare e il male da evitare, sotto l’influsso di una inadeguata comprensione di sé e di una insufficiente coscienza del proprio bene, non è inteso nella sua vera dimensione, ma è ridotto a ciò che piace oppure non piace.

Le strutture di peccato

Nei rapporti sociali le forme in cui si struttura la violenza sono molteplici: sono quelle che Giovanni Paolo II, nell’enciclica Sollecitudo rei socialis, chiama strutture di peccato. “E’ necessario, scrive il Papa, denunciare l’esistenza di meccanismi economici, finanziari e sociali, i quali, benché manovrati dalla volontà degli uomini, funzionano spesso in maniera quasi automatica, rendendo più rigide le situazioni di ricchezza degli uni e di povertà degli altri”. Sono strutture imposte dal potere, concentrato nelle mani di pochi, finalizzato allo sfruttamento del lavoro e della vita di molti. Oppressione e sfruttamento sono le due forme di violenza che producono nella società molti altri mali e possono rafforzare ulteriormente, nel cuore dei singoli individui, le passioni incontrollate che distruggono i rapporti tra le persone.

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