Imparando
In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Settembre 28, 2022

Imparando dai riti profani torniamo a dare freschezza alle nostre stanche liturgie

 

I funerali di Elisabetta II ci hanno lasciato molto più di una cronaca funebre. Se avessimo potuto scomporre la sagra del “brivido da emozione”, nella quale siamo stati immersi per alcuni giorni, avremmo potuto cogliere diverse stratificazioni simboliche. Non sto qui ad elencarle. Mi limito a sottolinearne qualcuna. A cominciare dalla gratitudine della gente, riconoscente per lo spirito di servizio della sua regina, che l’ha vista, per settant’anni, anteporre le esigenze del popolo ai bisogni personali. Un’indubbia lezione morale per la politica. È vero che lei viveva in un mondo dorato, fatto di agi e di riverenze dovute, che a qualcuno potrebbe risultare il mondo delle favole, ma è anche vero che le limitazioni alla propria libertà sono una fatica che nessuna corona e nessun maggiordomo potranno mai compensare.

Ma è da un’altra cosa che trovo spunto per fare con una riflessione. Parlo della “liturgia” che ha visto la sua uscita di scena e della ricchezza del suo simbolismo. A cominciare dai fiori sulla bara. Freschi, freschissimi, raccolti in giornata nel giardino di famiglia, come si conviene a chi ama e agli innamorati. E il pensiero corre a tanti nostri altari, dove spesso campeggiano fiori che sembrano una metafora della stanchezza della fede. Lasciati lì, spenti di bellezza, in balia di qualche moscone, che annuncia i tempi della decomposizione. Lì, sull’altare, dove viene Dio, il Cristo, l’amante delle creature, il salvatore… Ma non penso solo ai fiori. Rivivo nell’animo, prima ancora che negli occhi, la bellezza dei costumi indossati dal personale di corte e di parata, l’eco del ritmo delle fanfare, dei passi ordinati e cadenzati, l’accuratezza di abbigliamenti sobri ed eleganti, come si conviene alla regalità. E tutto mi lascia dentro l’evocazione della grandezza e del bello. Ossia dell’infinito, di cui sono una timida voce, ma una voce sicura.

Penso a questo e il pensiero corre a due notizie, che hanno tenuto banco per qualche giorno. La prima è della scorsa estate. Un giovane prete milanese, in vacanza in Calabria, è al mare con un gruppo di giovani. Soprattutto è domenica. Dove celebrare? Nessun problema. Indossato il costume come tunica e casula, preso un materassino come altare, scende in acqua tra i toni “musicali” di bagnanti spensierati e festanti, e via. Prendete e mangiate, prendete e bevete… Qualche mese dopo, in Sicilia, un parroco bresciano, a cavallo di una bicicletta, in tour per lanciare una sfida alla mafia, si ripete. Braghe corte e sellino della bici come altare, il rito bislacco va in replay.

Nessuna intenzione di giudicare questi due fratelli. Primo perché solo il Signore conosce la verità del loro cuore e le loro vere intenzioni. Secondo, perché qualche ragione per battersi il petto, penso ce l’abbia anche il prete più santo del mondo. Se ne parliamo, è solo perché oggi la ricaduta mediatica di questi episodi rischia di dividere i giudizi, tra guelfi e ghibellini, tra chi prende posizione, pro o contro, anziché guardare alla sostanza dei fatti. In realtà l’occasione non è quella di trasformarci in giudici, ma di interrogarci sul valore e la bellezza della liturgia e sulla sua potenza di trasmettere la forza di Dio nei sacramenti.

Ho letto la Lettera Apostolica di Papa Francesco, Desiderio desideravi. L’ha pubblicata il 29 giugno di quest’anno e riguarda la formazione liturgica del popolo di Dio. Non è lunga e si legge in pochissimo tempo, ma più che leggerla di corsa, ogni paragrafo andrebbe metabolizzato. Chiedo, non senza malizia: chi l’ha letta? I vescovi ne hanno parlato? È entrata in qualche piano pastorale, in qualche programmazione di incontri di catechesi? Possiamo sognare e sperare che anche le nostre liturgie tornino a raccontare la bellezza di Dio? O dobbiamo accontentarci dei funerali di una regina?

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