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Masi cho - L’aspersorio e la scopa

Pensieri per l’ottobre missionario

L’aspersorio e la scopa

 

La ricorrenza del mese di ottobre mi stimola a condividere con i lettori di Notizie, con le amiche e con gli amici della Diocesi, una piccola riflessione sul signifi cato della missione, almeno per come la sto capendo io da quassù: ai confini reali del mondo abitato, nella periferia nord della terra, fra popolazioni la cui storia e cultura sono così diverse dalla nostra occidentale da rendere ogni incontro una scommessa. Ieri nella comunità di Deline, una di quelle nelle quali il vescovo mi ha chiesto di prestare il mio servizio nei prossimi mesi*, abbiamo celebrato il funerale di un anziano del villaggio.

Era un “Elder”, come dicono qui, non solo per la ragguardevole età di 89 anni compiuti, ma soprattutto per la saggezza, la sapienza, che lo contraddistinguevano e che amava condividere con le generazioni più giovani, così da offrire loro uno sguardo sulla realtà e sulla vita veramente radicato nelle tradizioni degli antenati che, da tempi immemorabili, hanno abitato queste terre remote del nord. La chiesa era piena e anche molte ragazze e ragazzi hanno voluto essere lì, per esprimere la loro gratitudine ad Alphonse. Terminata la messa siamo andati tutti al cimitero e, dopo la sepoltura, la comunità è stata invitata a raccogliersi per un momento di condivisione e fraternità nella “community hall”.

Questa mattina, tornato in chiesa per riporre gli “attrezzi del mestiere” che avevo ancora nelle tasche della giacca, ho trovato un mezzo macello: libretti sparsi ovunque, cuscini sparpagliati sopra e sotto le panche, fazzoletti usati gettati, polvere e terra sparsa su tutto il pavimento… Di primo acchito ho pensato, senza nessuna poesia e con disappunto, a come fosse possibile essere così disordinati e zozzoni; poi mi sono detto “tocca te pulire e sistemare…” e così, deposti la stola e l’aspersorio ho impugnato scopa e paletta e mi sono messo all’opera.

Mentre raccoglievo le immondizie lasciate dalle persone e spazzavo la grande quantità di polvere dal pavimento mi sono accorto che quelle tracce di presenza, seppur non esattamente artistiche, raccontavano la storia quotidiana delle persone che erano state in chiesa il giorno prima: dicevano dei loro cammini sulle strade sabbiose e senza asfalto di quassù; testimoniavano le lacrime di cuori che sentivano la mancanza di una persona cara; esprimevano l’appartenenza complessa e non risolta ad un mondo di tradizioni che non è più il loro e ad una nuova attraente realtà globalizzata ancora troppo distante per essere posseduta. Reliquie, per così dire, di un popolo santo impegnato, con grande fatica, nel pellegrinaggio della sua stessa esistenza.

Mi ci è voluto un anno, trascorso fra i rigori severissimi dell’inverno e le giornate senza tramonti dell’estate per intuire che la missione, forse, non è altro che prendere in mano una scopa e mettersi a ripulire la chiesa. Partendo nel settembre 2021, quando ancora avevo negli occhi solo scenari pastorali e sociali della nostra Italia, mi immaginavo chissà che di eroico a proposito della Missio ad gentes: ora credo che tutto si giochi nel segno banale e domestico di una scopa.

E penso che forse troppo spesso nel nostro mondo ricco ed occidentale noi preti, i vescovi, tanti battezzati, abbiamo preferito pagare “Perpetua” perché facesse le pulizie, piuttosto che rimboccarci le maniche, sprofondando nella tentazione di essere così la chiesa dei “don Abbondio”. E temo che talvolta, nonostante le dichiarazioni di sinodalità, rischiamo di essere persone che camminano con gli altri solo a parole, cadendo scadendo in forme intellettualoidi di lontananza dalla realtà.

Ecco, dunque, cosa credo sia la missione, quella a cui ha inviato Gesù i suoi discepoli: armarsi di scopa e paletta (materialmente e simbolicamente), prendersi cura dei luoghi dove le persone si incontrano con il Dio vivente e fare in modo che essi – chiese, piazze, posti di lavoro che siano- possano essere, ad ogni nuovo incontro, trovati puliti, accoglienti ospitali.

Non penso ci si debba aspettare di fare nulla di più eroico, ma nemmeno niente di meno concreto di questo. La patrona delle missioni, Santa Teresa di Gesù bambino – a cui la chiesa di Deline è dedicata – percorrendo la via piccola della disponibilità e della pazienza quotidiane, ha offerto un esempio anche a noi per il nostro tempo, di missionarietà fattiva. Possa aiutarci a custodire, a qualsiasi latitudine, lo slancio dell’evangelizzazione e dell’annuncio concreto della gioia del Vangelo.

Per don Luca un nuovo trasferimento sempre più a nord

Come anticipato nell’articolo nei prossimi mesi don Luca Baraldi proseguirà il suo servizio pastorale in un’altra sede: “lo scorso mese di settembre il vescovo della diocesi di Fort Smith-MacKenzie, vista la mancanza di preti, mi ha chiesto di spostarmi e passare dalla missione nelle comunità di Gameti e Wathi – nella Tlicho region – dove ho operato dal mio arrivo ad oggi, a quelle della Sahtu region. Si tratta di cinque piccoli centri che occupano una vastissima area a cavallo fra il Great Bear Lake, i monti ed il fiume Mackenzie e che giunge a nord oltre il Circolo polare artico. I loro nomi sono: Norman Wells, Tulita, Deline, Fort Good Hope, Colville Lake”. Siamo vicini a don Luca con l’affetto e con la preghiera per sostenere questo suo nuovo sì alla chiamata del Vescovo per portare il Vangelo e il sostegno a queste popolazioni.

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