Il
In cammino con la Parola, Spiritualità
Pubblicato il Ottobre 12, 2022

Il mio aiuto viene dal Signore

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 16 ottobre 2022.

 

Il brano di questa domenica è inserito in quella che è detta la «piccola apocalisse lucana», che comprende Lc 17,20-18,8, e che ha per tema il destino ultimo della storia. Comincia con la domanda dei farisei «quando verrà il regno di Dio?» e finisce con la domanda di Gesù «ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». In questa piccola apocalisse Luca mette l’accento sul fatto che il regno di Dio è già presente nella storia, ma raggiungerà la pienezza alla fine dei tempi. La parabola del giudice e della vedova conclude questo brano sugli ultimi tempi e questa collocazione ci deve aiutare a comprenderne il senso più vero. Luca inserisce questo racconto, che solo lui riporta, per ribadire un tema che gli è caro: l’importanza della preghiera nella vita del credente.

La parabola è introdotta da una frase che ne anticipa il senso: la necessità di pregare sempre, senza stancarsi. Questo prezioso versetto va capito bene. Pregare sempre non vuol dire pregare continuamente, durante tutta la giornata, non fa riferimento a nessuna particolare pratica e non suggerisce alcuna tecnica di preghiera continua, ma invita alla costanza anche nei momenti di difficoltà. Il punto centrale è quel «senza stancarsi mai», che significa senza perdersi d’animo, senza lasciare che lo scoraggiamento prenda il sopravvento, anche nei momenti in cui la vita ci prova con eventi di particolare durezza.

La preghiera che qui è in gioco non è il chiedere cose o favori, la classica preghiera di domanda; l’invocazione nel tempo dell’attesa del Figlio dell’uomo è preghiera che Lui venga, è preghiera che il Regno si manifesti, magnificamente sintetizzata nel “venga il tuo regno” del Padre Nostro. Troviamo qui l’accezione più alta di preghiera, intesa come desiderio che il Signore venga; ricordiamo l’invocazione dei primi cristiani marana tha (1Cor 16,22), che significa vieni, o Signore.

Sant’Agostino ha insegnato spesso che il desiderio più autentico dell’uomo è di vedere Dio e che in fondo la sostanza della preghiera è il desiderio: «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se sempre desideri, sempre preghi. Quando è che la preghiera si assopisce? Quando s’è raffreddato il desiderio» (Serm. LXXX,6). Ascoltando la parabola rimaniamo sorpresi dallo stile ardito tipico di Gesù: l’orante è una povera vedova che ha il coraggio di insistere e Dio è rappresentato da un giudice disonesto, che non teme Dio e non ama gli uomini. La vedova nella sua indigenza potrebbe abbandonarsi a una rassegnazione avvilita e umiliata ma il suo desiderio di giustizia è indefettibile e il giudice deve darle ascolto.

Con un tipico modo di ragionare rabbinico, detto qal wehomer, Gesù ne deduce che tanto più la risposta di Dio sarà pronta verso i suoi eletti. Gli uomini gridano giorno e notte verso Dio; riconosciamo l’appassionato coinvolgimento di Gesù nei confronti di un’umanità che è come pecore senza pastore (Mc 6,34), fatta di uomini affaticati e oppressi (Mt 11,28), che desiderano la vita; queste sono le vedove che si rivolgono a Gesù. Il Padre non li lascerà senza risposta ma si donerà per essere già da oggi vicino con il suo amore, anche se trapela in questo brano anche il senso della lontananza di Dio che a volte si sperimenta nella vita.

La nostra esperienza di fede è fatta di un regno già presente in mezzo a noi ma da invocare continuamente, da riconoscere nelle pieghe della storia e da costruire nella quotidianità dei gesti. Vivere tutte queste dimensioni senza stancarsi è lo stile di vita del credente, che non rifugge dalla tensione dell’attesa. L’ultima domanda di Gesù è bella e inquietante: quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede? Cioè ci saranno ancora uomini che hanno vivo il desiderio del regno, uomini che diano senso al mondo invocandolo dal Padre?

Don Carlo Bellini

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