Il
In cammino con la Parola
Pubblicato il Ottobre 19, 2022

Il povero grida e il Signore lo ascolta

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 23 ottobre 2022.

 

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Il commento

La parabola che ascoltiamo questa domenica è un tipico confronto, nello stile di Luca, tra due uomini che rappresentano opposti atteggiamenti interiori. Il versetto che introduce la parabola ne fornisce la chiave di lettura: Gesù racconta questa parabola per alcuni uomini che ritenevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Siamo nel tempio di Gerusalemme, dove gli uomini vanno per le devozioni personali e la nostra attenzione si concentra sulla preghiera di un fariseo e di un pubblicano, personaggi ben conosciuti nei vangeli. Il fariseo prega stando in piedi, posizione classica della preghiera per gli ebrei, e il contenuto della sua preghiera è un ringraziamento per il fatto di essere una persona a posto. Tanto a posto che fa anche cose non richieste come digiunare due volte la settimana e pagare le decime di tutto.

La legge prescriveva di digiunare nel giorno dell’espiazione (Lv 16,29-31), una volta l’anno, ma tra gli ebrei osservanti era invalsa l’usanza di digiunare al lunedì e al giovedì per i peccati degli altri. La legge prescriveva ai contadini di pagare le decime per i loro prodotti ma gli ebrei pii pagavano le decime per ogni cosa che compravano, per sopperire all’inadempienza nel caso che il contadino non avesse fatto il suo dovere. Nella preghiera del fariseo trova posto anche un elenco di peccatori dai quali si sente molto diverso e per questo ringrazia il Signore.

La descrizione del fariseo non è una caricatura ma rispecchia fedelmente la mentalità di un pio israelita dell’epoca e non dobbiamo troppo rapidamente leggervi rilievi di ipocrisia o superficialità. Tuttavia, il lettore nota un senso di autosufficienza e un disprezzo per gli altri che inquina il sentimento di religiosità. Il fariseo è tutto centrato su se stesso e non si rende conto di quanto povera sia la sua esperienza di preghiera che, tra le altre cose, è un modo per autocompiacersi. Poi il racconto passa a descrivere il pubblicano, che è chiaramente umiliato dal suo peccato, se ne sta in disparte, si batte il petto e chiede la misericordia di Dio.

Si tratta di un uomo che ha la piena consapevolezza di essere peccatore e che sente di avere bisogno del perdono di Dio per cambiare la sua situazione. Questa parabola non riguarda direttamente la preghiera, ma ci fa riflettere su quanto la nostra preghiera sia espressione della nostra interiorità, su quanto manifesti sempre lo stato del nostro rapporto con il Signore. Il fariseo è completamente chiuso nel suo desiderio di perfezione, tanto da non trovare spazio per la compassione. La sua preghiera, nonostante la correttezza formale, non gli fa incontrare nessuno se non se stesso.

Il pubblicano mostra di essere gravato dal peso del suo peccato ma di essere aperto a un incontro risanante con Dio. Inoltre la consapevolezza del suo peccato suscita in lui il desiderio di cambiare e migliorare. La realtà del peccato immiserisce sempre l’uomo, ma accorgerci del nostro peccato ci serve a toccare con mano i nostri limiti e a capire quali aspetti dobbiamo affrontare per crescere. Un vero esame di coscienza consiste nel vedere con coraggio il nostro fallimento di fronte al bene che pure abbiamo conosciuto e cercare di capire l’origine profonda dei nostri comportamenti. Negarsi la coscienza del peccato (che è diversa dal senso di colpa), auto giustificarsi su tutto, non ci aiuta a crescere. Inoltre la consapevolezza che il vero cambiamento è difficile ci apre a invocare il dono della grazia di Dio.

Gesù dice che il pubblicano andò a casa giustificato, cioè fece un autentico incontro con il volto misericordioso di Dio che perdona e salva. L’uomo umile riesce a sentire un sano dolore per il proprio peccato e ancora di più la gioia per il perdono, invece di chiudersi in una cieca presunzione di perfezione.

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