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Nello spartire con i poveri e nel progettare il futuro sta il segreto della felicità

In Punta di Spillo, la rubrica di Bruno Fasani.

Nello spartire con i poveri e nel progettare il futuro sta il segreto della felicità

 

C’è un libro che sta spopolando nel mondo anglosassone. Ha per titolo What we owe the future che, tradotto, suona più o meno così, Quello che noi dobbiamo al futuro. Sono molte le cose che colpiscono. A cominciare dall’anagrafe e dalla carriera di chi l’ha scritto. William MacAskill è un filosofo trentacinquenne di Glasgow, con la faccia da ragazzino, titolare di cattedra all’università di Oxford da quando, di anni, ne aveva appena 28, dopo essere passato dalle più prestigiose accademie, come Cambridge e Princeton negli Stati Uniti. Ma è soprattutto il contenuto del libro che colpisce, il quale si fonda su due tesi. La prima sostiene che per essere felici bisogna spartire con chi ha meno di noi. Sorprende la sorpresa, considerato che da duemila anni, un certo Paolo, come si ricorda in Atti degli Apostoli 20, 35, citava le parole Gesù, il quale sosteneva che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Oggi, la psicologia potrebbe spiegarci razionalmente il perché di quella affermazione e della sua verità. È solo aprendosi che la persona, la quale notoriamente è un animale sociale che sta bene quando vive bene con gli altri, trova la felicità. Chiudersi egoisticamente, per appagare l’io capriccioso che abbiamo dentro, finisce col farci respirare solo le tossine delle inquietudini di cui siamo portatori. L’aria fresca viene solo dalle relazioni di gratuità che sappiamo stabilire con gli altri. MacAskill ha dato seguito a queste sue convinzioni, creando un movimento dal nome quanto mai significativo, Effective Altruism, ossia Altruismo efficace e, per dare sostanza concreta al nome, ha deciso di spartire il 50% dei suoi introiti con le persone meno abbienti. Ma la seconda tesi del libro è forse ancora più provocatoria. Sostiene MacAskill che, per far funzionare il mondo, bisogna assolutamente progettare il futuro, evitando di concepire il presente come una greppia dove troviamo tutto il necessario per vivere.

È un dato di fatto che la cultura che respiriamo, a partire da quella digitale, è fortemente appiattita sul presente, come se vivessimo senza passato e soprattutto senza prospettive future. Ci basta e avanza quello che ci passa il convento del presente. E anche qui, ci viene incontro l’insegnamento della Chiesa. Papa Francesco nella Evangelii gaudium, lo scritto che più mi ha affascinato del suo magistero, al nr. 222 ricorda che il tempo è più grande dello spazio. Quest’ultimo è circoscritto al momento in cui viviamo, ricco e malato di presendi te. Ma è solo il tempo, cioè il futuro che ci sta davanti, che attende di essere progettato in grande, aprendo ai sogni, ai visionari capaci di dischiudere orizzonti nuovi. E, quindi, di aprire alla speranza, quella che ci aiuta a guardare con ottimismo alla vita, benché segnata nell’oggi da tante fatiche.

Dicono che MacAskyll abbia ormai una vasta fetta di seguaci nel mondo che conta, che fa riferimento alle sue dottrine per dare un senso nuovo alle loro tristezze di uomini e donne, solo apparentemente vincenti. Tra loro, anche Elon Musk, quello che ha comprato Twitter per la modica cifra di 44 miliardi di dollari. Peccato che, il giorno dopo l’acquisto, abbia deciso di licenziare più del 50% dei dipendenti, scostandosi dai filosofici consigli del guru da cui diceva di trarre ispirazione. Quando si dice la coerenza! Del resto, neppure il Nazzareno ebbe sempre discepoli all’altezza. Sia come sia, è grazie anche a MacArkyll, se oggi siamo qui a ricordarci quale forza abbiano l’amore fraterno e la capacità di consegnare al mondo orizzonti di eternità. I cristiani lo sanno da sempre. Ma, come dicevano gli antichi, repetita juvant.

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