Quel
In punta di spillo
Pubblicato il Novembre 30, 2022

Quel certo ambientalismo che non manda profumo e puzza invece di ideologia

In Punta di Spillo, la rubrica di Bruno Fasani.

 

Spero di non scandalizzare alcuno, affermando che provo una certa antipatia verso alcune categorie di ambientalisti. Niente di che, sia chiaro, ma insomma… In testa metterei quelli che entrano nei musei a imbrattare opere ed oggetti d’arte in esposizione. E mi chiedo, ma ci sono o ci fanno? Se davvero pensano di richiamare l’attenzione del mondo sul degrado ambientale, bisognerà avvisarli che stanno mancando il bersaglio. Perché la gente, più che ai problemi dell’ambiente, guarda alla loro stupidità. Così come quelli che, nelle tangenziali romane, si siedono per strada, bloccando il traffico quando la gente va al lavoro. E ringrazino il Cielo, visto che non hanno trovato qualche fumantino body builder, pronto a dare gas all’acceleratore. In queste ultime settimane si sono visti meno, a dire il vero, ma sarebbe un peccato se questo fosse dipeso dalle avverse condizioni climatiche o dalle temperature rigide, che hanno cominciato ad onorare la stagione che incombe. Gli eroi da salotto difficilmente riescono ad arruolare l’opinione pubblica, a parte qualche scombriccolato fanatico, in cerca di emozioni forti.

Una seconda categoria di ambientalisti, che non mi sta sul palato, è quella di chi divinizza la natura, facendone una sorta di realtà intoccabile. È vero che non c’è limite al male che l’uomo le ha causato, subendone le conseguenze, ma rimane pur vero che anch’essa è segnata dal limite e che anch’essa è capace di causare del male. Quando pensiamo ai fenomeni che, sempre più di frequente, seminano morte e distruzione anche nel nostro Paese, si fa presto a dire: è causa dell’uomo, lasciando intendere che, in qualche modo, ce la siamo voluta.

Ma vai a dirlo a quelli de L’Aquila, dell’Irpinia, di Amatrice, Accumoli e dintorni e chiedi loro quanto la natura è stata buona nei loro riguardi. O potessimo chiederlo agli abitanti di Pompei, prima che cedessero le loro cose ai turisti in vena di emozioni. Oppure ai veneziani che, prima che arrivasse il Mose, si son visti più volte devastare, dall’acqua alta, la loro fragile e meravigliosa città. Del resto, San Paolo stesso scrive che “tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rom. 8, 22), per indicare che anch’essa è segnata dal limite. Sono cresciuto vedendo mio padre alzare muri a pietra secca, per prevenire possibili frane del terreno.

L’ho visto rubare al bosco rovi e piante infestanti, per farne prati e orti da coltivare e, oggi, con occhi diversi, vedo in quei gesti l’ora et labora di un padre che amava la natura come amava la sua famiglia. Ora, quei posti, lasciati a se stessi, sono tornati a mostrare solo cicatrici. Muri caduti o sbrecciati. Prati ridiventati boschi, dove regnano lupi e cinghiali. Non vedo più la bellezza della natura. Ne colgo piuttosto le ferite.

Tengo per ultimi i falsi ambientalisti del Nimby. Per chi non lo sapesse, si tratta di un acronimo inglese, Not in my back yard, che, tradotto sta per: non nel mio cortile. Meglio ancora: fate quello che volete, purché sia fuori dai piedi. E qui l’elenco potrebbe diventare come quello del telefono. Sì all’alta velocità, ma non nella nostra valle o sui nostri campi. Sì alle trivellazioni, ma non davanti alle nostre coste. Poi, fa niente se, un chilometro più in là, la Croazia buca il fondo del mare come quando si piantano i pomodori. Sì ai gassificatori, ma non nei nostri porti. Se li tengano al Sud, se proprio li vogliono… Sì all’eolico, ma non sulle nostre colline, con tutto il posto che c’è in giro. Sì a questo, ma. Sì a quello, ma. E lo chiamano ambientalismo. E se lo chiamassimo col suo nome? Semplicemente egoismo.

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