Il Messia e… due villaggi
Chiesa

Pubblicato il

8 Dicembre 2022

Il Messia e… due villaggi

Dai Cantieri di Betania all’esempio di San Francesco e Santa Chiara.

 

Il vangelo della terza domenica di Avvento ci presenta Giovanni Battista in una situazione nuova. Egli non è più nel deserto, ora non può più parlare. Non è più circondato dalle folle che chiedono un battesimo di penitenza; ora Giovanni è solo, nel carcere di Macheronte, un carcere disumano costruito in un luogo orrido a nord est del Mar Morto. In questa nuova condizione di isolamento e di abiezione umana, il Battista ha una durissima prova di fede che lo purifica e lo avvicina ancora di più al cuore di Dio. Ispirato da Dio, Giovanni aveva annunciato la venuta del Messia. Il Messia era venuto nel mondo, ma non era esattamente come Giovanni l’attendeva. Il secondo dei cantieri di Betania, proposti per questo secondo anno del Sinodo, ci parla del “villaggio”. Nel vangelo di oggi ci troviamo di fronte allo scontro di due villaggi.

Nel villaggio di Giovanni ci doveva essere un Messia che cresceva, al posto di lui che diminuiva. Nel villaggio di Gesù c’è un Messia che si nasconde, prende l’ultimo posto, non cerca la popolarità, impone il silenzio a coloro che hanno beneficato della sua misericordia e delle sue guarigioni. Un Messia che si tiene alla larga dal potere umano e dall’apparire ad ogni costo. Nel villaggio di Giovanni, il Messia di Dio avrebbe avuto il volto severo e il ventilabro in mano per separare il grano dalla pula, cioè i buoni dai cattivi. E la scure per abbattere ogni albero che non porta buon frutto e gettarlo nel fuoco (cf Mt 3,12.10). Nel suo villaggio Gesù accoglie tutti, va a mangiare con i pubblicani e i peccatori. Fa intendere chiaramente che Dio tenta tutte le vie per salvare l’uomo; è pronto a pagare qualsiasi prezzo per recuperare ciò che era perduto: la pecora fra i monti, la moneta in casa, il figlio ribelle finito a pascolare i porci! (cf Lc 15).

Si capisce allora il senso della domanda angosciata di Giovanni: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3). In queste parole c’è il dramma di chi non riesce a capire, ma c’è anche l’umiltà di chi si vuole lasciare guidare per capire. Alla domanda di Giovanni, Gesù risponde: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano… ai poveri è annunciato il Vangelo” (Mt 11,5). In breve, Gesù porta a compimento la promessa formulata da Dio per bocca del profeta Isaia, per la quale Egli stesso sarebbe venuto a salvare una umanità contraddistinta dalle mani fiacche, dalle ginocchia vacillanti e da cuori smarriti. Una umanità che così avrebbe visto la gloria del Signore, la magnificenza del suo Dio (cf Prima lettura Is 35, 3-4.2c).

Nel nostro villaggio anche noi spesso attendiamo un Messia potente, un giudice inflessibile capace di ristabilire la giustizia e l’equità secondo i nostri tempi e il nostro metro di giustizia sottraendoci alla verità che Dio, per questo compito immenso e sovrano, continua a cercare le braccia e il cuore di ciascuno di noi. Chiara d’Assisi, scrivendo ad Agnese di Praga, la invita a porsi davanti allo specchio di Gesù e a guardare “la povertà di colui che è posto in una mangiatoia e avvolto in pannicelli. O mirabile umiltà, o povertà che dà stupore… Alla fine dello stesso specchio contempla l’ineffabile carità, per la quale volle patire sull’albero della croce e su di esso morire della morte più vergognosa” (Lettera Quarta ad Agnese di Boemia – FF 2904). Lasciamoci dunque accendere sempre più fortemente da questo ardore di carità!

I Frati minori del Vangelo – Migliarina

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