Il
In punta di spillo
Pubblicato il Dicembre 21, 2022

Il Natale pieno di promesse che ci fa credere nei sogni come visionari della speranza

In Punta di Spillo, una rubrica di Bruno Fasani.

 

È il Natale del 1944. Giovannino Guareschi, il “papà” di don Camillo e Peppone, è prigioniero nel campo di concentramento di Sandbostel, nel Nordovest della Germania. È là, in quel luogo simile a tanti altri, di cui sembra essersi impadronito il Male, che scrive La favola di Natale. Per non dimenticarsi di Dio e per non rinunciare alla speranza. Perché la fede non cambia la vita, ma cambia il cuore e i pensieri nel modo di affrontarla.

Albertino che, a casa con la mamma e la nonna, pensa al suo papà lontano e prigioniero, decide di affidare al vento la Poesia perché lo vada a cercare. La poesia, si sa, è il vestito che alcune creature umane sanno mettere alla Bellezza e all’Infinito, per renderli visibili nella storia e nel tempo. Ma quella Poesia non arriverà mai a scaldare il cuore del papà carcerato, perché osteggiata dalla censura, che teme i suoi effetti su quella miseria umana, abitata da fame, freddo e nostalgia. Ed è allora che il bambino, non rassegnato, affida le sue speranze a un sogno, perché, come scrive Guareschi «I sogni dei bambini sono tutti illuminati da occhi di gattini, lucciole e stelle. Un tipo di illuminazione molto conveniente, perché ci si vede a sufficienza e il contatore non gira».

I sogni. Il racconto biblico, e il Natale in particolare, ne sono popolati, come un filo rosso che conduce la storia. Si pensi a Giuseppe che, grazie a un sogno, decide di accogliere Maria nella propria vita, pur non essendo il padre biologico del bambino, che viene avvertito di scappare in Egitto per mettere al sicuro quella creatura, così come i Magi, che decidono di non passare da Erode per informarlo sul luogo dove la stella li aveva condotti.

Oggi non è che i sogni godano di grande fortuna. Quando non siano sinonimo di fallaci speranze, al massimo vengono tirati in ballo da qualche indagatore della psiche, sul lettino in cui si fa analisi, o presunto spazio operativo dei defunti, nell’illusione che suggeriscano i numeri per qualche improbabile vincita al lotto. Ma se oggi la razionalità ha messo fuori gioco il sogno, di fatto ha provveduto a rimpiazzarlo con un’altra espressione, capace di rimandarci al significato di quello biblico. Ora vanno di moda i visionari.

Un tempo, con questo termine, si indicava un paranoico in vena di allucinazione, o un mistico con poteri paranormali, oggi il visionario è piuttosto colui che sa vedere più lontano, oltre le macerie del presente. Visionario è colui che sa dare colore alle iniziative, che consegna alla creatività delle scelte spazi di futuro, impensabili dalla logica del presente, ma non per questo irrealizzabili.

Il cristiano, come un nuovo Giuseppe, ha il dovere d’essere un visionario. Dalla sua ha la forza di una promessa che non viene meno: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Visionari dentro giorni dove sembra prevalere la cultura del conflitto e dell’odio. Giorni, dove precari mezzi economici vestono di miseria un numero crescente di creature umane. Tempi disperati dove si muore in mare per rincorrere una speranza, dove si stenta a mettere al mondo un figlio, per paura del domani che gli sta davanti. Giorni disperati dove si chiede di anticipare la morte, per avere uno sconto sulla disperazione del vivere e dove anche i giochi dei bimbi, più che squarci di sogno, sono il prezzo da pagare al mercato e alla sua vorticosa voracità.

È su questi scenari disperati che il cristiano oppone la forza di un sogno, che diventa vero, quando l’umanità di Gesù e la sua forza rivoluzionaria, ci trovano disponibili a diventare gocce che riflettono la Bellezza e l’Infinito. Che ci fanno diventare, di fatto, Poesia. Buon Natale.

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