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Tenerezza e dignità parole di Natale

Dai Cantieri di Betania all’esempio di San Francesco e Santa Chiara

Tenerezza e dignità parole di Natale

Ancora una volta, quest’anno, ritorniamo a Betlemme, con la speranza nel cuore. Ancora una volta ritorniamo a quella grotta da cui si sprigiona la luce che vince le tenebre, e si rinnova lo stupore nei confronti di un Dio che, a dispetto delle nostre banalizzazioni e dei nostri romanticismi, non cessa di indossare gli abiti dell’uomo, di certo stretti per lui, l’Eterno, l’Onnipotente, eppure quanto mai da Lui desiderati.

Quello stupore che di certo provarono quegli uomini e donne convenuti a Greccio quando il Serafico Padre Francesco volle lì celebrare “l’imminente festa del Signore”. Voleva, Francesco, “fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato” (dalla Vita prima di Tommaso da Celano – FF 468). E quella notte, chiara come pieno giorno, deliziosa per gli uomini e gli animali, sembra tutto un sussulto di gioia. “In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà. Greccio diventa come una nuova Betlemme… la gente si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al rinnovato mistero” (FF 469). La gente a Greccio ha contemplato con i suoi occhi il mistero più sconcertante del Natale, che non è solo quello del Dio Eterno che si fa carne come noi, ma anche quello di Dio che si compromette definitivamente con gli aspetti più vulnerabili della nostra umanità. Dio che indossa i nostri abiti accetta di sperimentare e fare proprie la nostra fragilità, la nostra debolezza, il nostro senso del limite.

E’ la risposta di Dio al tentativo dell’uomo di volerlo raggiungere nella sua sede celeste, espresso nella costruzione della torre di Babele. Impresa arrogante, intrisa di orgoglio e presunzione, che getta l’umanità nella divisione e nella confusione delle lingue. A Betlemme è Dio che scende sulla terra divenendo l’Emmanuele, il Dio con noi, ricostituendo, nell’umiltà, l’unità del genere umano. Come non avvicinarsi a questo mistero con la tenerezza di Francesco e il riconoscimento dell’altissima dignità della creatura umana, espressa da Chiara.

La tenerezza di Francesco che “quando voleva pronunciare Cristo con il nome di ‘Gesù’, infervorato d’immenso amore, lo chiamava il ‘Bambino di Betlemme’, e quel nome ‘Betlemme’ lo pronunciava come il belato di una pecora, riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto. E ogni volta che diceva ‘Bambino di Betlemme’ o ‘Gesù’, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quella parola” (FF 470). Quella tenerezza che tanto è bandita nelle relazioni umane di oggi e che molto contribuirebbe a percorrere sentieri di pace e di riconciliazione.

E il riconoscimento della dignità della creatura umana che Chiara fa quando, scrivendo ad Agnese di Praga, così si esprime: “E’ ormai chiaro che per la grazia di Dio la più degna tra le creature, l’anima dell’uomo fedele, è più grande del cielo, poiché i cieli con tutte le altre creature non possono contenere il Creatore, mentre la sola anima fedele è sua dimora e sede, e ciò soltanto grazie alla carità di cui gli empi sono privi” (dalla Lettera terza ad Agnese di Praga – FF 2892). E, se poco prima aveva invitato Agnese ad affidarsi alla dolcissima Madre Maria che “generò un figlio tale che i cieli non potevano contenere, eppure lei lo raccolse nel piccolo chiostro del suo sacro seno” (FF 2890), di seguito la esorta a portare spiritualmente nel suo corpo Gesù seguendo le orme di Maria, specialmente quelle della povertà e dell’umiltà. Celebrare il Natale vuol dire allora, riconoscere ad ogni uomo e donna sulla terra, quella altissima dignità che Dio, nella nascita del suo Figlio, ha loro riconsegnato.

I Frati Minori del Vangelo – Migliarina

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