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È davvero politica da poco scagliarsi contro una icona per difendere lo Stato laico

In Punta di Spillo, una rubrica di Bruno Fasani.

È davvero politica da poco scagliarsi contro una icona per difendere lo Stato laico

 

C’è un fantasma che si aggira da qualche tempo presso l’Ospedale civile di Venezia, capace di sconvolgere le anime belle di certo sedicente cattolicesimo insieme ai devoti della laicità. Il pericolo viene da un’icona della Sacra Famiglia che l’Ulss 3 Serenissima ha fatto girare, durante le recenti feste natalizie, nei vari reparti dell’Ospedale. Ma gli organizzatori non avevano previsto che c’era un reparto minato dove quella pericolosa famiglia non doveva andare. Esattamente Ostetricia e Ginecologia. Perché quel reparto non accoglie solo signore con qualche acciacco e madre felici. Lì, stando alle anime belle, si va soprattutto per abortire, tanto più che i medici obiettori non mancano. E allora via quell’immagine ingombrante che ricorda che la famiglia è fatta da un uomo e una donna, con un uomo che si prende cura della sua donna e del loro bambino, che la nascita dei figli è l’unica garanzia per dare seguito alla storia del mondo, che l’amore di una casa è l’unica certezza capace di costruire coscienze forti e responsabili… Niente.

Ad aprire il fuoco, è partita la Cgil, fresca della visita al Papa col bacio della pantofola. “La Cgil – ha fatto sapere – non è contraria ai simboli religiosi, ma le processioni si facciano fuori dagli ospedali e nel rispetto delle donne”. Per non essere da meno, anche il Pd locale ha alzato la voce. “Chiediamo che si rimuovano immediatamente tutte le rappresentazioni religiose che vanno contro la sensibilità delle donne e il rispetto dei loro diritti”. Precisazione importante, soprattutto in questa fase di rifondazione del partito, sceso ormai al di sotto del 15% e in attesa di organizzarsi per perdere le elezioni in Lombardia e nel Lazio.

Non importa che la classe operaia voti ormai la Meloni, che la denatalità obblighi a far ricorso alla manovalanza straniera con tutti i problemi connessi, che le migliori intelligenze se ne vadano all’estero impoverendo il tasso culturale delle future dirigenze, che tante famiglie vivano sotto la soglia di povertà… Ma il botto più rumoroso è venuto da Elisa Pirro, senatrice del M5s. Lei, che si definisce cattolica tutta d’un pezzo, ci indottrina ricordandoci che “essere cattolici è sentirsi parte di una comunità, non certo imporre simboli religiosi per avallare il fanatismo religioso… perché abortire è un diritto stabilito per legge che spetta soltanto alle donne. Si tratta di un atto grave, in uno Stato laico che dovrebbe garantire assistenza sanitaria, prima che spirituale”.

Precisazioni che mi portano a qualche piccola considerazione. La prima riguarda l’identità cattolica. Basta una appartenenza anagrafica, per dirsi cattolici, o è richiesta una comunione di valori condivisi intorno alla figura di Gesù Cristo, senza il quale la Parola si svilisce nelle parole (e qualche volta nelle chiacchiere) dove c’è spazio sia per l’individualismo che per il fondamentalismo delle proprie opinioni? Un cristianesimo à la carte dove uno prende quello che gli pare. Soprattutto mi piacerebbe chiarirmi con questi amici dissenzienti su quello che dovrebbe essere il confronto tra religione e laicità. Perché i cristiani, che non hanno ricette politiche e tantomeno vogliono imporre la legge evangelica come legge di Stato, hanno bisogno di confrontarsi con la ragione, per capire i segni dei tempi ma anche per il suo ruolo purificatore della religione.

Ma lo Stato e la ragione hanno un’esigenza primaria di confrontarsi con il pensiero religioso, per evitare il rischio di cadere nelle ideologie e per fare una lettura integrale del bene delle persone. Trincerarsi dietro gli steccati della laicità, evoca quel 17 gennaio del 2008, quando 70 docenti su 4500 impedirono a papa Benedetto XVI di accedere all’università La Sapienza, fondata da Bonifacio VIII nel 1300. Avrebbe parlato dell’università laica, libera e indipendente, in cui i giovani possono accedere alla verità. Gli fu impedito in nome della laicità. Di fatto, dal fondamentalismo laicista.

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