Dalla
Editoriali
Pubblicato il Febbraio 1, 2023
Editoriale

Dalla crisi un nuovo slancio

Ecumenismo alla prova del conflitto tra cristiani.

di Brunetto Salvarani

 

Qual è lo stato di salute dell’ecumenismo, alla fine della tradizionale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (SPUC), durante la quale anche in Italia (e anche nella nostra diocesi) si è riflettuto e pregato – aiutati dai materiali elaborati da un gruppo locale degli Stati Uniti d’America convocato dal Consiglio delle chiese del Minnesota – attorno a Imparate a fare il bene, cercate la giustizia (Isaia, 1,17)?

Difficile rispondere in maniera precisa: non mancano i segnali contraddittori, che spingono i commentatori, di volta in volta, a ripristinare la classica immagine dell’inverno ahinoi seguito alla primavera conciliare, o a lanciarsi in lusinghiere previsioni sul suo domani, in una Chiesa futura che, in prospettiva, sarà ecumenica o non sarà. Certo, scrutando l’orizzonte europeo, e segnatamente la situazione in casa ortodossa, non si può stare allegri. Fra Mosca e Costantinopoli, la Terza Roma e il Patriarcato ecumenico, l’annosa crisi legata all’invasione dell’Ucraina sta provocando una rottura drammatica le cui radici – in realtà – vengono da lontano, presentando il sapore amaro dello scisma interno: la tempesta avviatasi con il riconoscimento dell’autocefalia ucraina nel 2019 da parte di Bartolomeo I, patriarca ecumenico, si è ormai trasformata in un autentico uragano che sembra avere – almeno agli occhi della chiesa russa – la gravità dell’antica frattura fra Oriente e Occidente del 1054. Mentre a quanti si occupano di ecumenismo appare lampante la distanza siderale da un’epoca invero abbastanza vicina cronologicamente, quella delle Assemblee ecumeniche europee di Basilea, Graz e Sibiu (1989-2007).

Il cambiamento d’epoca – come lo chiama papa Francesco si sta verificando anche qui, e la sensazione diffusa è che, al di là della spinta impressa indubbiamente dallo stesso Bergoglio, occorrerebbero linguaggi nuovi, e nuovi contesti, soprattutto in vista di un maggiore coinvolgimento delle giovani generazioni (problema che peraltro, notoriamente, non riguarda solo il movimento ecumenico). Sta di fatto che, paradossalmente, ben di rado, come negli ultimi mesi, si è discusso pubblicamente di ecumenismo, sulla scia della catastrofe ucraina: abbiamo registrato prese di posizione da più parti, articoli sui quotidiani (!), un gran numero di interventi in rete, il più delle volte per denunciarne – comprensibilmente – la profonda crisi.

Talvolta, persino la conclamata inutilità se non la dannosità, sullo sfondo del traumatico palcoscenico bellico. Su Repubblica è comparso un titolo definitivo (La fine dell’ecumenismo, che riferisce in maniera preoccupata delle macerie in cui sarebbe ridotto “quel desiderio di unità visibile che aveva percorso il cristianesimo da fine Ottocento”); ma non sono mancate le tonalità ironiche al limite del sarcasmo, ad esempio quando ci si è avventurati a tratteggiare la controversa figura del patriarca di Mosca, Kirill.

In primo luogo, occorre notare che la cosa appare a dir poco curiosa, in quanto non va dimenticato che l’ecumenismo è in genere il parente povero nelle discipline teologiche, com’è facile verifi care spulciando nei curricula delle facoltà e degli istituti di scienze religiose. Ma anche, ahinoi, nell’investimento pastorale rarefatto al riguardo, da parte di chiese locali e diocesi, salvo felici eccezioni. Lo scrivo non per accusare chicchessia di lesa maestà nei confronti del dialogo fra le chiese cristiane, ma per corroborare la seguente tesi: dovremmo semmai ripartire dagli eventi di questi mesi, dal mancato incontro fra lo stesso Kirill e papa Francesco, ma anche dalle ragioni dell’avvenuta rottura fra le chiese sorelle di Mosca e Costantinopoli, per riflettere sulla necessità – agli occhi degli addetti ai lavori, sempre più evidente – di un nuovo, maggiore e diverso slancio ecumenico.

A sessant’anni dall’avvio del Vaticano II, che per la chiesa cattolica rappresenta la prima tappa di uno sguardo inedito verso gli altri mondi cristiani, col decreto Unitatis redintegratio (1964); e a quindici dalla terza Assemblea ecumenica europea (a Sibiu, Romania, 2007), ultimo appuntamento congiunto fra CCEE (Consiglio delle conferenze episcopali europee) e KEK (Conferenza delle Chiese europee), una joint venture che vanta fra l’altro la stesura di una Charta Oecumenica, firmata a Strasburgo nel 2001 da tutte le chiese europee. Purtroppo, rimasta lettera morta, a dispetto delle aspettative createsi nell’occasione.

Per comprendere la portata della questione, è necessario evidenziare una volta di più che si tratta di un tema cruciale per l’identità stessa della Chiesa. L’unità dei credenti in Cristo, infatti, non è solo una delle fondamentali notes Ecclesiae, presente nel primo credo cristiano al concilio di Nicea nel 325 (“Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica”), ma anche il requisito decisivo in vista di una testimonianza credibile del vangelo nel tempo attuale, che registra l’es-culturazione del cristianesimo dagli scenari culturali europei (C. Theobald).

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