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In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Febbraio 22, 2023

Un tempo per cambiare ma senza dimenticare di coinvolgere anche il corpo

In Punta di Spillo, una rubrica di Bruno Fasani.

 

Mi scrive dalla Spagna un amico, dicendomi che ha fatto una scommessa con la sua compagna: è per tutto il periodo della Quaresima che non bisogna mangiare la carne o soltanto il venerdì? Ovvio che il loro interesse non è proprio penitenziale. Entrambi sono cattolici non praticanti e quindi sono due le ipotesi che giustificano tanto interesse per l’argomento. Lui vorrebbe vincere la scommessa, lei, vegana da tempo, non vede l’ora di obbligarlo a diventare vegetariano.

Il tema dell’astensione dalle carni è stata una delle pratiche più importanti nella storia della Chiesa. Si pensi solo al termine carnevale, quando si banchettava e si faceva festa prima del carnem levare, (da qui il nome), ossia togliere la carne dalla mensa, nel periodo della Quaresima. Oggi l’impressione è che anche tanti cristiani snobbino facilmente la pratica del digiuno e dell’astinenza e la Chiesa stessa abbia messo in ombra questa pratica, privilegiando le battaglie morali e gli impegni sociali. Al massimo si è puntato ad astinenze sostitutive, come il non fumare, non guardare la Tv, moderare gli alcolici, fare un pelino di dieta per ritrovare la linea… Eppure la pratica del digiuno e dell’astinenza hanno una loro logica sapienziale non trascurabile. Mangiare non è solo un bisogno. È anche desiderio e piacere. Lo sanno bene gli operatori dei media, pronti a servirci continui format di concorsi culinari e senza contare il giro di denaro che ruota intorno al vino e al cibo in generale.

In realtà, educarsi al digiuno appartiene a quella spiritualità che non coinvolge soltanto le intenzioni e i pensieri, magari confinati dentro qualche biascicata preghiera, ma il corpo stesso, la dimensione fisica. Limitare il cibo significa padronanza, non solo su di esso trovando misura ed equilibrio, ma anche dominio sui desideri e sui piaceri che nel cibo raccontano chi siamo realmente.

Ma sarebbe limitativo confinare nel digiuno questo tempo di Grazia che ci sta davanti. C’è una priorità assoluta che potremmo condensare in una domanda. Conversione è domandarsi: chi sono dentro? Chi sono davvero, in quello “spazio” che la Bibbia chiama cuore e che oggi, con moderne categorie culturali, chiamiamo coscienza, sentimenti, volontà, pensieri? Tutti abbiamo la percezione dell’enfasi che il nostro tempo riserva alla cura dell’esterno, del guscio, quasi che non esistesse un dentro, da coltivare con altrettanta sollecitudine. Sant’Agostino era solito ripetere una invocazione, quasi in maniera ossessiva. Noverim Te, noverim me, che io conosca Te, Signore, e che conosca me. Era un chiedere luce alla sua Parola, per cercare la verità dell’animo, la sua vera identità.

La scorsa domenica il Vangelo ci chiedeva di amare anche i nostri nemici, suggerendo che la strada della conversione deve partire da una domanda di fondo: come so amare? Un’analisi che non deve pensare solo ad eventuali nemici, ma alle persone che io penso o dico di amare. Come le amo? Quanta possessività si nasconde nel mio sedicente amore? Quanti aghi si nascondono nei miei abbracci, quanto fiele nelle mie parole, quanto opportunismo nella selezione delle frequentazioni? Tante domande per aiutarci a scoprire le ferite che ci portiamo dentro e che la Grazia vuole snidare e guarire attraverso i doni che il Cristo mette in mano alla sua Chiesa.

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