La
Canalchiaro 149
Pubblicato il Gennaio 12, 2024

La sfida della complessità

Un tema di attualità su cui riflettere: la teologia di fronte al fenomeno della diminuzione dei sacerdoti

di Marco Andreotti

“Un Boeing è complicato ma è riducibile all’analisi, non ci sono fattori d’incertezza. Un piatto di spaghetti non è complicato, ma poiché tutti gli spaghetti aggrovigliati l’uno all’altro retroagiscono, scivolano l’uno sull’altro, non si può prevedere quanti spaghetti si avvolgeranno intorno alla forchetta: c’è incertezza, è complesso”. Scrive così Hervé Sérieyx (1937-), economista e top manager francese, esperto di organizzazioni, istituzioni e trasformazioni socioeconomiche del tardo XX secolo, che si è occupato del tema della complessità come dato fondamentale di ogni realtà non direttamente prodotta e dominata dalla progettualità umana ( Le big bang des organisations, Parigi 1993). Anche Edgar Morin (1921-) si è dedicato al tema della complessità del reale, non più comprensibile (se mai lo è stato) attraverso un’intelligenza parcellare che pretende di ridurre a una sola dimensione il multidimensionale e a una sola disciplina ciò che può essere colto soltanto in ottica transdisciplinare.

Cosa c’entrano questi discorsi con un problema che si affaccia da decenni e ad ogni livello nelle stanche conversazioni di molti cattolici, ovvero il fatto che ci sono sempre meno preti? Si tratta dell’argomento della prolusione per l’apertura dell’anno accademico dello Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia, tenuta il 17 novembre scorso da due presbiteri e teologi ambrosiani, Paolo Brambilla e Martino Mortola, che propongono di considerare il fenomeno della diminuzione del clero non solo come un’occasione per una riforma (e sarebbe far di necessità virtù) ma prima di tutto come un aspetto della complessità del reale da considerare, se non altro per tentare di comprendere ed evitare deprimenti o illusorie semplificazioni, con l’aiuto di un background ermeneutico adeguato.

Occasione del tema scelto dai due relatori è la pubblicazione del volume da loro curato Un popolo e i suoi presbiteri (Dossier teologici del Seminario di Milano, Ancora, Milano 09/2023), nel quale il tema della diminuzione del clero e della riorganizzazione delle parrocchie dell’arcidiocesi di Milano è affrontato con metodo statistico, compresa la proiezione delle dinamiche in corso nel medio e lungo periodo, ma soprattutto con un approccio pluridisciplinare che si avvale di un team di esperti che spazia tra teologia, sociologia, economia e urbanistica e non riduce il problema, ovviamente urgente anche sotto questo aspetto, alla scarsità di ministri ordinati per sostenere la vita pastorale delle comunità, secondo una logica aziendalistica.

“Nessun giovane – scrive Erio Castellucci nella prefazione – oggi accetterebbe, e giustamente, di intraprendere un lungo cammino di studi e verifiche, consacrandosi al Signore e alla Chiesa in un amore celibe per diventare il curatore fallimentare dell’azienda-Chiesa”. Una realtà complessa che bussa alla nostra porta e inevitabilmente interroga anche i seminaristi. Per trovare strade percorribili occorre farsi le domande giuste, formarsi e ripensare con criteri nuovi la fase di trasformazione che la vita ecclesiale nel tessuto sociale attuale sta attraversando. Qui entra in gioco la teologia.

Il mondo accademico internazionale, ricerca e reclutamento dei docenti universitari, si fonda principalmente sul merito e il confronto scientifico, in modo che per ogni ricercatore è misurabile la prolificità e l’impatto sulla comunità scientifica delle pubblicazioni ( H-Index) e per ogni istituzione sono stabilite classifiche annuali ( QS World University Rankings).

La ricerca e l’insegnamento teologici, invece, non corrono minimamente gli eventuali pericoli di eccesso di competizione e ingiusta discriminazione che deriverebbero dallo spregiudicato desiderio di eccellenza dell’accademia neoliberale, come qualcuno definisce pregiudizialmente l’attuale standard internazionale di valutazione della produzione scientifica. Facoltà teologiche e università pontificie dovrebbero darsi da fare per assomigliare a Oxford, Cambridge o Harvard (ma sarebbe sufficiente nominare qualsiasi università italiana)? No, non ce la farebbero mai e hanno comunque ambizioni ulteriori, per quanto, ad esempio, per la selezione dei docenti sarebbe imprescindibile incrementare l’utilizzo di criteri più moderni e indipendenti da logiche di appartenenza. La teologia è chiamata a recuperare il proprio ruolo di guida verso il futuro, già dalla formazione dei futuri preti e laici impegnati delle nostre diocesi e ha bisogno di abbandonare l’autoreferenzialità che la contraddistingue, assumendo il principio della transdisciplinarità per collocarsi in un fruttuoso dialogo con tutti i saperi (Veritatis gaudium, 4). È complicato, anzi complesso.

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