Cercare il bene più grande di fronte al ritorno dei nazionalismi
Attualità, Editoriali

Pubblicato il

26 Marzo 2025
Editoriale

Cercare il bene più grande di fronte al ritorno dei nazionalismi

di Stefano De Martis

Profondamente segnato da quella immane tragedia dei nazionalismi che fu la prima guerra mondiale, Luigi Sturzo fu tra i critici più lucidi e acuti di un’ideologia che “porta ad un capovolgimento di valori morali, sì da negare l’affratellamento e la libertà dei popoli, per esaltare l’idea di nazione che diviene un bene per sé stante, e quindi un idolo”. E in quell’appello “ai liberi e forti” che reca l’impronta inequivocabile del sacerdote di Caltagirone, si legge che “è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società”. Sono passati poco più di cento anni, con il secondo conflitto mondiale l’umanità ha dovuto subire una tragedia se possibile ancora più grande, eppure ci risiamo. Non che nel frattempo siano mancate le guerre (la guerra mondiale a pezzi secondo la profetica intuizione di papa Francesco), ma oggi riecheggiano discorsi che sembrano riportare indietro di decenni la storia dell’umanità.

In tempi recenti il nazionalismo si è presentato soprattutto nella veste di “sovranismo”. Ma quest’ultimo fenomeno, per quanto tossico e pericoloso, si è caratterizzato (e si caratterizza) per il suo aspetto almeno apparentemente difensivo. La difesa dei confini è la sua priorità ideologica. Oggi rivediamo il nazionalismo così come lo abbiamo conosciuto nel periodo tra le due guerre, vale a dire come espressione di volontà di potenza, sia sul piano militare che su quello economico. La questione dei dazi è illuminante in questo senso, ma i due piani a ben vedere sono largamente sovrapponibili, come testimonia la grande partita degli armamenti e in modo ancor più eloquente il fatto che nel campo occidentale a dare le carte siano uomini d’affari miliardari.

La natura intrinsecamente aggressiva del nazionalismo ha un effetto spiazzante nei confronti dei “vecchi” sovranisti. Per un leader nazionalista come Trump non esistono alleati, chi non si accoda è un avversario o peggio ancora un nemico. I rapporti bilaterali, peraltro del tutto sbilanciati, sostituiscono quelli multilaterali perché nel confronto a due il più forte vince facile, a volte senza neanche combattere. La tattica del “divide et impera” viene sistematicamente praticata e spiega la feroce ostilità del presidente americano verso la Ue che per quanto fragile è un soggetto potenzialmente competitivo. Potenzialmente, cioè se sarà capace di compiere scelte fondamentali e tempestive che la rendano, oggi, una realtà politicamente forte e strutturata. Di qui passa il nostro autentico interesse nazionale che può richiedere anche “cessioni di sovranità”, come recita l’art.11 della Costituzione, in vista di beni più grandi, a cominciare da quello della pace. L’alternativa è tra essere vassalli dei nuovi feudatari planetari o protagonisti in Europa e con l’Europa. E’ questa la vera posta in gioco e ancora una volta su di essa si dovranno misurare le forze politiche.

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