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In punta di spillo
Pubblicato il Ottobre 3, 2025

La festa di San Francesco occasione straordinaria per riscoprire il Vangelo

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

Con l’approvazione definitiva al Senato, il 4 ottobre, memoria di san Francesco d’Assisi Patrono d’Italia, tornerà ad essere festa nazionale. Alla Camera dei Deputati, su 257 presenti, 247 si sono espressi a favore, due soli contrari e otto astenuti. A dire il vero, la festa non è una novità, storicamente parlando. Era entrata in vigore per la prima volta nel 1949, per essere poi soppressa nel 1977, per ragioni di risparmio economico. In effetti ogni festa nazionale comporta degli oneri a carico dello Stato che, in questo caso, ammontano a circa dieci milioni e 684 mila euro stimati. Spese che vanno a coprire le maggiorazioni retributive soprattutto in ambito sanitario e tra le Forze di Pubblica Sicurezza. Sono state due le motivazioni di fondo che hanno portato al ripristino della festa. L’una, a firma Maurizio Lupi, leader di Movimento Moderati, che ha voluto finalizzare l’iniziativa per “promuovere i valori della pace, della fratellanza, della tutela dell’ambiente e della solidarietà”. L’altra, a firma Lorenzo Malagola di Fratelli d’Italia, ha voluto aggiungere altri elementi innovativi come “il perdono sociale e il dialogo interreligioso”, offrendo nuove opportunità per le scuole e per il Terzo Settore, finalizzate a promuovere attività didattiche ed educative legate ai valori francescani e iniziative varie per portare avanti stili di inclusione.

Tutto questo ci riempie di orgoglio e di aspettative, facendoci dire: finalmente! Ernest Renan, filosofo e storico francese vissuto nel XIX secolo, era solito affermare che sono state due le grandi rivoluzioni della storia, quella operata da Gesù e, mille 200 anni dopo, quella di Francesco. La Chiesa conosceva in quel tempo un momento di crisi drammatica. Non per nulla il Cristo che parlò al Santo gli chiese di andarla a ripararla. Non subito Francesco capì cosa intendesse, ma lo intuì facilmente papa Innocenzo III, quando in sogno ebbe la visione di quel piccolo frate che, da solo, era in grado di sorreggere san Giovanni in Laterano, allora residenza papale e simbolo della cristianità. Dio solo sa quanto bisogno ci sarebbe oggi di un nuovo Francesco, quantomeno di far fiorire quella passione evangelica che portò alla nascita di una gigantesca famiglia, come quella francescana che, otto secoli fa, riuscì nell’impresa di riaccendere la luce del Vangelo nel mondo.

C’è una sola preoccupazione che fa capolino, quella di un francescanesimo della politica e del politicamente corretto. Non tutti gli interventi dei parlamentari, che abbiamo sentito in aula, ci sono sembrati in sintonia con quello che dovrebbe essere il carisma di Francesco. Il pericolo dietro l’angolo è quello di farne una sorta di Greta Thunberg al maschile, buono per le cause ecologiche, la raccolta differenziata, per le auto elettriche… un pacifista da piazza, se non anche un passeggero della Flotilla. Francesco fu un gigante (un ossimoro pensando al suo metro e 49 di altezza), di cui Dio si innamorò, ricambiato. E quell’amore fu così grande che l’uno non potè più fare a meno dell’altro. Prima di morire, la notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226, Francesco chiese di essere messo nudo sulla terra. Tutto quello che aveva ricevuto e dato stava nascosto nel suo corpo e nel suo cuore, lì dove Dio aveva operato, come frutto dell’amore.

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