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In punta di spillo
Pubblicato il Dicembre 19, 2025

Non tutto è arte quello che vogliono farci credere che sia realmente tale

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

L ’ultima volta che scrissi di arte mi fu detto, senza troppi giri di parole, che non ne capivo nulla. Eppure l’unica cosa che continuo a non capire davvero è perché, pur amando le cose belle e di buon gusto, qualcuno si ostini a ripetermi che non ne capisco nulla. Così, a costo di espormi a una seconda reprimenda, parto ancora una volta da una domanda: l’arte può essere compresa solo da chi possiede una solida preparazione culturale, oppure è accessibile anche all’uomo della strada? Davanti a un Caravaggio, a un Modigliani o a un’opera surrealista di Raimondo Lorenzetti — giusto per piluccare qua e là — è davvero indispensabile essere istruiti, aver contratto il “virus di Sgarbi”, oppure è l’arte stessa a farsi largo nell’animo, generando emozioni, stupore, ammirazione? È evidente che l’arte parli attraverso molti linguaggi e che la cultura possa offrire strumenti preziosi per decifrarli: il cromatismo, la profondità, la prospettiva, i materiali, le correnti storiche… e, soprattutto, il messaggio che l’artista intende trasmettere. Si pensi, a proposito di messaggio, al celebre Urlo di Munch, che restituisce con immediatezza l’angoscia esistenziale e lo smarrimento dell’uomo contemporaneo, senza bisogno di lunghe interpretazioni.

Ma è proprio nell’abuso di confinare il valore di un’opera esclusivamente al messaggio presunto che, a mio avviso, si finisce per buttare in vacca il senso più profondo dell’arte. Basti pensare alla famigerata Banana di Cattelan: un frutto attaccato al muro con un pezzo di scotch, venduto per sei milioni di euro. Qual era il messaggio? La caducità dell’arte, capace di sopravvivere a se stessa solo il tempo necessario a far marcire il frutto? O forse l’abilità di far parlare il mondo intero di quella che qualcuno ha definito la truffa del secolo? Eppure non sono mancati fior di commentatori pronti a spiegarci, tra un bla bla e l’altro, che l’arte starebbe proprio lì: nel far parlare, più che nel far pensare o emozionare. No, non ci sto. E, francamente, non me ne importa nulla. Aggiungo anzi che una certa finta arte rappresenta l’ultima frontiera di un mercato capace di muovere affari milionari raccontandoci frottole ben confezionate. Non è passato molto tempo da quando la Biblioteca Capitolare di Verona ha ospitato una mostra di arte moderna, importante almeno nelle intenzioni degli organizzatori. Ricordo una bambina di otto anni che mi chiese, con candore disarmante, chi avesse dimenticato una giacca appesa a un chiodo. Quella giacca era una delle opere esposte, peraltro neppure così originale, visto che Joseph Beuys aveva già fatto qualcosa di simile nel secolo scorso. Avrei potuto spiegarle che in quell’opera bisognava immaginare il vissuto di chi l’aveva indossata: la taglia, l’odore delle ascelle, le feste a cui aveva partecipato. Mi limitai invece a sorridere, pensando a quanta arte e quanta storia si sarebbero potute raccontare appendendo un paio di mutande.

Poco dopo, la stessa sagace creatura si fermò davanti a un ramo secco sospeso al soffitto, da cui scendeva un lenzuolo bianco. Avrei potuto dirle che dal seccume della vita è sempre possibile scrivere parole nuove. Ma non ero affatto certo che quella fosse l’intenzione dell’artista. Così sorrisi io, sorrise la bambina, e rimanemmo in silenzio. Fu allora che mi tornarono alla mente le parole del Vangelo, là dove si dice che la verità è rivelata ai piccoli.

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