Azione Cattolica, campo invernale come tempo per approfondire l’AI
Diversi convegni e momenti che hanno trattato questo tema sempre più attuale
di Carlo Alberto Lodi
Cosa ha portato decine di persone a rinchiudersi in stanze più o meno capienti per sentir parlare di concetti piuttosto astrusi, infarciti di equazioni e formule? Ci voleva solo l’Intelligenza Artificiale (IA), con cui gli adulti di Azione Cattolica delle diocesi di Carpi e Modena-Nonantola si sono misurati al campo invernale di quest’anno dal 16 al 18 gennaio per tre giorni intensi, in cui si sono succeduti relatori competenti, coinvolgenti e, a tratti, sconvolgenti.
IA: quali regole tra Usa ed Europa
Il campo invernale è stato aperto da Fabio Ferrari, fondatore dell’azienda Ammagamma, che ha tracciato un quadro a tinte fosche riguardo all’IA nel mondo. Ssono pochissimi i laboratori dove realmente si sviluppa IA, una decina in tutto tra USA, Israele e Cina, mentre l’Europa usa (e dunque subisce) le applicazioni di IA sviluppate altrove, a causa dei ridotti investimenti del Vecchio Continente per l’IA. È pure in atto una diatriba fra Stati Uniti ed Europa sulla regolamentazione dell’IA, con i primi che, per lasciare il più possibile liberi gli sviluppatori in questo campo, rifiutano recisamente ogni tentativo di dare delle regole. Al contrario, in Europa, nel 2024 è uscito il cosiddetto AI Act: insomma, se il nostro Continente ha ancora delle possibilità per dire la sua, questo sarà solo nel campo dell’etica dell’IA. Ciò che fa funzionare l’IA è algebra, statistica e logica. Si tratta di un modello stocastico (non è basato su equazioni deterministiche ma su relazioni statistiche), costruito prendendo un insieme enorme di dati presenti su internet e trovando le correlazioni statistiche fra parole e concetti: questo modello non ha dunque nessuna consapevolezza o coscienza del mondo, ma mette insieme dati che già sono in relazione sulla rete con la domanda che poniamo. Occorre anche fare attenzione alle cosiddette allucinazioni, ovvero agli errori nelle risposte dell’IA, che dipendono dalla base dei dati e dal modello, ma che sono in piccolissima percentuale rispetto alle capacità umane. Infine, in ottica di futuri sviluppi saranno gli umanisti i profili più ricercati per contestualizzare il modello su cui si fonda l’IA, mentre gli informatici potranno avere un ruolo nel programmare l’IA e nell’allenarla.
IA: esempi dal mondo
Nel secondo giorno Massimo Cerofolini, giornalista e conduttore del programma Eta Beta, ci ha guidato in una riflessione sull’importanza di restare umani nell’era dell’IA. Massimo ha portato come esempi l’Amazzonia e Singapore: recentemente, anche in Amazzonia è arrivato internet e app come TikTok vengono usate non per diffondere balletti virali, ma per segnalare abusi, o ancora, sono stati installati sensori sugli alberi per rilevare le azioni abusive di disboscamento; a Singapore invece hanno usato l’IA per aumentare la superficie verde, sfruttando l’altezza dei grattacieli. E in Italia? Dagli Indios dovremmo prendere esempio per valorizzare i nostri dati e usarli a fini benefici; da Singapore dovremmo imparare a ridurre la burocrazia. Più in generale, per proteggere il nostro know-how, occorre digitalizzare i saperi. Ciò che comunque nessuna macchina può dare è quel tocco umano che mettiamo, anche involontariamente, nelle nostre opere e che rende il nostro lavoro unico ed irripetibile. Qualcosa si sta muovendo: nel campo della medicina, proprio dalla fine di gennaio 2026, 1500 medici cominceranno ad usare un software di IA come supporto di lavoro, ed entro un anno questa sperimentazione verrà estesa ad altri 15000 professionisti.
IA: “generare” e curare
Nel terzo incontro Tiziano Maini, insegnante di informatica, ci ha guidati nell’ambito delle reti neurali, che potremmo definire le cellule dell’IA, e ha spiegato come una rete neurale può arrivare a riconoscere lettere e numeri. Più reti neurali costituiscono poi il Large Language Model, ovvero il meccanismo di funzionamento dell’IA ed in particolare dell’IA generativa, che cioè è in grado di creare dati che prima non esistevano, assemblando informazioni già correlate fra loro su internet. È stata poi la volta di Stefano Zona, medico infettivologo, che ci ha offerto una panoramica dell’utilizzo dell’IA in campo sanitario. L’IA applicata in medicina è definita come dispositivo medico. Anche qui, si distinguono ormai i software classici, che sono statici e deterministici, da quelli basati sull’IA, che sono adattabili e probabilistici, perché riflettono l’incertezza dei dati su cui il modello è stato allenato. Un tema scottante a questo riguardo è di chi è la responsabilità delle risposte (e quindi diagnosi) dell’IA: per ora essa non può che risiedere in colui che ha proposto lo studio e ha interrogato l’IA. Ad ora l’IA appare un ausilio sia per la diagnosi differenziale, che per l’esecuzione degli esami e lo studio dell’andamento temporale dei sintomi. Per legge, tuttavia, l’IA può solo supportare il sanitario. Se qualche tempo fa in alcuni campi, come la radiologia o l’anatomia patologica, gli specialisti sembravano essere stati fatalmente superati, ci si è accorti che rimangono invece fondamentali, non solo per formulare le domande giuste, ma soprattutto per l’interpretazione dei risultati, per non parlare della relazione con pazienti e familiari.
IA: siamo tutti utilizzatori
Nell’ultima tappa del percorso Maria Laura Mantovani, matematica, ha dimostrato come tutti noi abbiamo cominciato ad usare l’IA ben prima che ce ne accorgessimo: lo facciamo aprendo un qualsiasi motore di ricerca, ricevendo i feed dai social network, cercando un tragitto su Google Maps… Tutti questi strumenti, infatti, forniscono dati ritagliati su di noi. L’IA ci ha già superato in qualche campo: l’IA ha anche creato Halicin, un nuovo antibiotico, molto efficace contro i batteri finora resistenti e già in uso negli USA. Infine, ci si può chiedere come mai i fatturati di queste grandi aziende di IA superino il PIL di molti paesi, non solo del Terzo Mondo, quando i contenuti che offrono sono gratuiti. La risposta è la pubblicità micro-mirata: i nostri dati, che digitiamo quotidianamente su Internet, vengono in realtà elaborati e usati per costruire il nostro profilo, in modo da proporci, al nostro successivo accesso, proposte che non possiamo rifiutare… questo è il potere che hanno le macchine (e le aziende che le sviluppano) sulle persone.
Prossimo appuntamento
Visto che tre giorni non sono stati sufficienti ad esaurire tutti gli argomenti, è stata organizzata una quarta serata, venerdì 6 febbraio , nel salone della parrocchia di san Giuseppe a Carpi. Vi aspettiamo, numerosi ed interessati!




