Beati i poveri in spirito
Vangelo di domenica 1° febbraio 2026
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Commento
A cura di Padre Andrea Fulco
“Beati voi” potrebbe essere un invito retorico a qualcosa di irraggiungibile, invece è il programma di vita di chi segue Gesù Cristo. La Magna Carta del cristiano sono proprio le Beatitudini. Ma cosa sono le Beatitudini? Sono ricette di santità per pochi eletti o invece un cammino da percorrere nello Spirito Santo? Le Beatitudini sono in realtà degli inviti a nozze alla felicità eterna: sono come delle partecipazioni alla gioia, un invito ad essere felici della propria fede alla sequela di Cristo e del suo Vangelo. I confetti che Dio ci dà in queste partecipazioni sono doni di grazia ricevuti dalla veste nuziale del Battesimo. In questa domenica troviamo ancora una volta il tema del Battesimo, sviluppato in un decalogo scritto non su pietre come le dieci parole, ma nel cuore e nella vita. Sono un habitus dello Spirito per ridarci la gioia. “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giovanni 15,11) e “Nessuno vi toglierà la vostra gioia” (Giovanni 16,22).
Le Beatitudini evangeliche sono una serie di inviti-congratulazioni ad essere felici, perciò gli invitati sono detti μακάριοι (makároi). I felici non sono persone irreali: non è il buonismo che viene raccomandato per ottenere dei favori, ma una scelta di vita per la salvezza: poveri in spirito, affamati di giustizia, puri di cuore, operatori di pace e perseguitati per il Regno di Dio. I beati non sono dei predestinati alla salvezza, ma i destinatari del Regno di Dio. Gli anawim (i poveri di Jhwh) sono semplici e obbediscono alla sua Parola. La povertà evangelica è beatitudine quando diventa umiltà. Non è facile pensare alla povertà come beatitudine, ma Gesù ha il coraggio di dirlo e di farci entrare in questa ottica di semplicità ed essenzialità.
Il povero non è il miserabile o il senza tetto che chiede elemosina alla stazione, ma un uomo e una donna che tutelano la dignità del proprio essere e cercano di vivere di essenzialità.
Beati i miti, che erediteranno la terra: è la presa di coscienza che solo quando viviamo in armonia e in pace con tutti siamo vincitori. Chi ha risolto i propri problemi diventa mite con se stesso e con gli altri. Senza equilibrio non si vive in pace. I puri di cuore vedranno Dio: la purezza del cuore è la meta di ogni cristiano. Si è puri non solo nel corpo e negli affetti, ma soprattutto nel cuore, quando si pone tutto a Dio (San Benedetto) e quando si ama con cuore indiviso e integro, cercando il bene dell’altro. Il puro di cuore non è ripiegato su se stesso e sui propri bisogni, ma cerca il bene dell’altro. In questa purezza di cuore e di intenzioni troviamo il Signore. Beati gli operatori di pace: la pace non è assenza di guerra né un compromesso tra potenti, ma uno stile di vita coerente che abbatte tutti i muri che sono frammezzo di odio e di violenza (Ef 2,11) e stabilisce unità e comunione. Viviamo le Beatitudini e accogliamo queste partecipazioni a nozze per passare da una vita infelice alla realizzazione di noi stessi: il già e il non ancora.
L’opera d’arte
Beato Angelico, Discorso della montagna (1438-1440), Firenze, Convento di San Marco. Fra le rare raffigurazioni artistiche di un brano evangelico così commentato e amato, la più celebre è quella dipinta da Beato Angelico nel convento domenicano di San Marco a Firenze, nell’ambito di un ciclo che è uno straordinario repertorio iconografico a cui attingiamo di nuovo per questa rubrica. L’affresco si trova nella cella 32 del dormitorio, adibita non al riposo, ma allo studio dei novizi. Su di un monte roccioso, in un paesaggio senza vegetazione, Gesù, il Maestro seduto più in alto, parla ai discepoli suscitando in loro espressioni e gesti di profondo raccoglimento.
E’ lui il centro assoluto della costruzione spaziale: il suo sguardo si rivolge in particolare al primo discepolo alla sua destra e il discorso si propaga come per una sorta di movimento circolare includendo anche l’uomo dall’aureola nera alla sinistra di Gesù, ovvero Giuda il traditore. Il Maestro stringe nella mano un rotolo chiuso, a simboleggiare che la Parola, che prima veniva annunziata per bocca dei profeti, ora si è fatta carne in Cristo, rivelando l’infinita misericordia di Dio.
V.P.




