Il
In punta di spillo
Pubblicato il Gennaio 29, 2026

Il mondo sta soffrendo davanti alla nuova Babele che finisce in macerie

In punta di spillo, rubrica a cura di Bruno Fasani

Parlare della torre di Babele, ammesso che qualcuno conosca ancora la storia, può sembrare archeologia biblica di nessuna rilevanza. Eppure, mai come ora, stiano sperimentando il messaggio sapienziale di quel racconto, quando gli uomini decisero di dare la scalata al cielo. Si sentivano potenti e quindi autosufficienti. Fu così che decisero di costruire una torre che sarebbe arrivata a toccare lo spazio di Dio e là, finalmente alla pari, sarebbero diventati degli dei al suo cospetto, capaci di far girare il mondo senza più bisogno di Lui. La Bibbia ci racconta però che, improvvisamente, tra loro, cominciarono a parlare lingue diverse. Quello fu l’inizio della fine, perché diventati incapaci di dialogare, la torre crollò rovinosamente, mettendo fine ad un sogno senza fondamenta. Se Babele è diventata il simbolo dell’ambizione e della divisione tra gli uomini, non sarà difficile coglierne la sorprendente attualità. A mettere la prima pietra della Babele contemporanea potremmo pensare al fenomeno della globalizzazione.

Ricordo bene quando, trent’anni e passa fa, con finta e ipocrita ingenuità, si profetizzava che la globalizzazione avrebbe distribuito ricchezza in tutto il mondo. Si sosteneva che finalmente il benessere dei mercati sarebbe arrivato a lambire tutte le terre e i popoli che vivevano in povertà. Il bene sarebbe stato sostituito col benessere e il potere del denaro sarebbe bastato da solo a creare mondi uniti e fraterni, senza più bisogno di ispirarsi a un Padre Nostro. Di fatto le cose non sono andate così e la globalizzazione non ha fatto un mondo più felice, ma un mondo più ingiusto e più diviso. Gli Stati non si sono preoccupati di chi era nel bisogno, ma si sono impadroniti delle terre e delle ricchezze degli altri. Oggi si parla di Venezuela, Groenlandia, Ucraina, Taiwan… sapendo bene che dietro c’è solo l’ingordigia dei profitti. Sono saltate le regole del rispetto della sovranità nazionale. Il mondo è diventato una sorta di Monopoli, ispirato a logiche nazionalistiche per cui gli Stati più forti e più canaglie, non solo non aiutano gli Stati più deboli, ma puntano solo a mangiarsi le loro ricchezze.

La seconda pietra della nuova Babele viene da quello che potremmo chiamare il paganesimo felice. Era il secolo scorso, quando Sartre andava predicando che la prima condizione per diventare liberi era quella di emanciparsi da Dio che, con le sue norme, condizionava la nostra vita. Bisognava rinnegarlo, fare la nostra torre senza il suo progetto. Ecco finalmente l’approdo al cielo, la condizione di parità. Poi, però, fu lo stesso Sartre ad essere preso dalla nausea, perché una volta emancipatosi da Dio, da quel Dio che voleva dirgli cosa fare, cosa pensare e come comportarsi, ora non sapeva più come investire quel patrimonio di libertà. Quella era la nausea, che diventerà il titolo di uno dei suoi più noti romanzi. Una vita senza gioia. Quel paganesimo felice che prometteva di essere grandi, liberi, potenti come Dio, si stava rivelando una libertà illusoria. Oggi siamo a leccarci le ferite di una globalizzazione che, anziché unire il mondo, lo ha diviso e di una libertà senza più punti di riferimento, che ci ha portato a sperimentare la nausea.

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