Giornata del malato, testimonianza di don Vianney Munyaruyenzi cappellano dell’ospedale di Mirandola
Don Jean-Marie Vianney Munyaruyenzi, parroco di Cividale e assistente dell’Unitalsi di Carpi, è cappellano dell’ospedale di Mirandola. In questa intervista commenta il messaggio di Papa Leone XIV per la XXXIV Giornata mondiale del malato
di Virginia Panzani
Marietta Di Sario, volontaria Unitalsi, e don Vianney Munyaruyenzi al ritiro dell’Unitalsi di Carpi all’Eremo di Montecastello (Brescia) sul lago di Garda
Don Jean-Marie Vianney Munyaruyenzi, parroco di Cividale e assistente dell’Unitalsi di Carpi, è cappellano dell’ospedale di Mirandola da quattro anni. La sua è una presenza familiare, insieme a quella della coadiutrice suor Teresa Locatelli, per i degenti e il personale sanitario nei reparti del Santa Maria Bianca e presso la cappella, dove ogni domenica, alle 8.45, celebra la Messa. In questa intervista, il sacerdote racconta la propria esperienza, riflettendo sul valore, per l’intera comunità ecclesiale, del “farsi prossimi” ai malati, come invita il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata dell’11 febbraio 2026.
Scrive Papa Leone nell’Esortazione Apostolica “Dilexi te” (n. 49): “La tradizione cristiana di visitare i malati, lavare le loro ferite e confortare gli afflitti non si riduce semplicemente a un’opera di filantropia, ma è un’azione ecclesiale attraverso la quale, nei malati, i membri della Chiesa «toccano la carne sofferente di Cristo»”. Ricordiamo che Gesù stesso dice: “Ero […] malato e mi avete visitato» (Mt 25,35.36)”. Don Vianney, come può spiegarci che, per i credenti in Cristo, la cura e la vicinanza ai malati è appunto una “azione ecclesiale”? Con quale disposizione di animo vive questa opera di misericordia come cappellano?
Prima di tutto è opportuno ricordare che quest’Esortazione Apostolica parla dell’Amore di Cristo che si fa carne nell’amore ai poveri, inteso come cura dei malati; lotta alle schiavitù; difesa delle donne che soffrono esclusione e violenza; diritto all’istruzione; accompagnamento ai migranti; elemosina che “è giustizia ristabilita, non un gesto di paternalismo”; equità, la cui mancanza è “radice di tutti i mali sociali”. E’ un Documento che nasce dal Vangelo del Figlio di Dio che si è fatto povero per noi. La malattia è centrale nei Vangeli e l’attenzione verso chi soffre permea la vita stessa di Gesù. Gli evangelisti raccontano che molti lo seguono. E Lui “sente compassione e guarisce i loro malati” (Mt 14,14). Marco ci ricorda che Gesù “scende dalla barca, vede una grande folla, ha compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mette a insegnare loro molte cose” (cfr. Mc 6,34). Guarire e insegnare sono due attività che spesso noi separiamo ma che, in Gesù, sono espressione di un’unica missione: l’attenzione alle persone che hanno bisogno di una parola e di una cura. Come cappellano, sono stato nominato dal Vescovo, successore degli Apostoli; quindi la mia missione viene realizzata a nome della Chiesa e seguendo le orme di Cristo: un servizio di annuncio del Vangelo nell’assistenza umana, spirituale e religiosa agli ammalati, alle famiglie e agli operatori sanitari.
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