La cultura migliora la medicina
Etica della vita, rubrica a cura di Gabriele Semprebon
Nel bellissimo film “L’attimo fuggente”, uno dei ragazzi dell’austero College voleva, o meglio era spinto dai genitori, a laurearsi in medicina; a quel ragazzo non era concesso nulla eccetto la possibilità di studiare per poi accedere all’università e coronare l’obiettivo agognato. Era evidente che non cresceva come uomo ma come un automa gonfio di nozioni. L’insegnante di lettere lo aiutò a scoprire il mondo della poesia e del teatro, la bellezza di quella dimensione capace di trasformare gli esseri umani in qualcuno e non in un mucchio di cellule ragionanti. Questa scoperta, che nulla toglieva allo studio, ma anzi, lo arricchiva, fu incompresa e ostacolata dalla famiglia, a tal punto che quel giovane si tolse la vita. Queste sequenze così dure, rivelano un aspetto sacrosanto: non è sufficiente la preparazione tecnica ma occorre transitare da cervello pensante ad essere amante. Per fare il medico non è sufficiente la preparazione scientifica, ma, occorre essere persone acculturate e questo, ovviamente, non solo per questa professione ma per tutte, soprattutto per quelle professioni che necessitano di una maturità ed uno spessore interiore particolare.
Cultura in questo caso la voglio intendere alla maniera greca di Paideia, soprattutto come la intendeva Platone nella Repubblica, cioè una formazione per elevare l’uomo ed introdurlo all’ultimo gradino, alla conoscenza filosofica che è la somma conoscenza del Bene. Cultura intesa come humanitas, fatta dall’educazione al pensiero, all’arte e alla scienza, per elevare l’uomo a non essere solo macchina ma capace di relazione, comprensione e approfondimento. Un uomo che vive, apprezza e gode dell’arte; un uomo che riflette, pensa e assapora il gusto del ragionamento, sarà un uomo che, a prescindere da quello di cui si occupa, ha “qualcosa in più”. Un medico che, oltre ad essere un tecnico, è capace di emozionarsi ascoltando musica, elevarsi nel leggere una poesia, estraniarsi nell’ammirare un quadro, isolarsi per pensare ai significati più reconditi della vita, sarà un medico che riuscirà a cogliere l’essenza del paziente e non solo un punto di repere nell’addome dolente.




