“Non siamo cittadine di serie B”, le parole di due cittadine sul tema delle barriere architettoniche
Barriere architettoniche e accessi “a chiamata” limitano l’autonomia e la socialità delle persone con disabilità
di Maria Silvia Cabri
“Se devi chiamare qualcuno non è accessibile”: si parte da questo assunto. Sette parole che bene esprimono un fenomeno molto diffuso e sottovalutato, spesso ignorato. Si tratta delle barriere architettoniche, ostacoli che paiono appartenere solo “ad altri” e che sfuggono all’attenzione della maggior parte delle persone “non coinvolte”. Ma se un gradino o una soglia da cinque centimetri per alcuni è nulla, per altri è il confine tra partecipare o restare fuori, tra l’essere parte della società e venirne esclusi. Eppure, sono sotto gli occhi di tutti: basta una passeggiata in giro per la città con Germana e Raffaella, due giovani donne con difficoltà di deambulazione, che si muovono solo con la carrozzina elettrica, per rendersi conto che quei “cinque centimetri” sono un divario immenso. Che le lascia “fuori”.
I luoghi della cultura
“Carpi sotto molti aspetti non è una città a misura di disabile”, affermano Raffaella e Germana. Il giro con loro inizia da piazza Martiri, dalla torre dell’Orologio. “E se volessimo vedere una mostra ai Musei civici di Palazzo Pio?”. I totem posti all’inizio della scalinata indicano la presenza dell’accesso per disabili e di un ascensore, ma non viene detta la cosa più importante: dove si trova? Inquadrando il qr code (ma una persona in carrozzina arriva ad inquadrarlo?) il risultato non cambia: immettendo nella casella la parola chiave “accesso disabili” o “ascensore”, la sentenza è impietosa: “Documenti trovati: zero”.




