Dalle Olimpiadi un messaggio forte per ritrovare fiducia
In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani
Sono come tanti davanti alla Tv per l’inaugurazione dei giochi olimpici. Le immagini ci consegnano il genio creativo dell’Italia, fatto di arte, poesia, natura, tecnica, moda, danza, musica e bel canto… C’è da stropicciarsi gli occhi per fare largo alla fontana di colori che arrivano al cuore, come a seminare voglia di vita e di speranza. Arriva anche il Presidente Mattarella che, da solo, con la sua composta mitezza sembra fare da contraltare alla rissosità della politica, quella che procede a slogan rinunciando alla ragione. A fargli da tranviere, fuori ordinanza, Valentino Rossi.
Faccia da sberle, ma così simpatica che tutti vorremmo averlo come uno di famiglia. Un crescendo rossiniano che cattura le emozioni e le mette in aria come coriandoli fino a quando arrivano, avanzando ieratiche, tre file di modelle. Altere e composte come in una liturgia sacra. Avanzano lente in elegantissimi abiti, firmati Armani, dai colori inconfondibili, bianco, rosso e verde. A sfilare tra le ultime, nel mezzo, si staglia la figura eterea di una donna bellissima. Sembra caduta dall’Olimpo, là dove risiedevano gli dei quando si decise di dedicare loro i giochi, detti appunto olimpici. Sulle braccia, sporte in avanti, tiene una bandiera, con i colori degli abiti di chi l’ha preceduta. È la bandiera della mia Patria.
In essa riconosco l’eredità della storia che mi sta alle spalle e che poco prima mi hanno raccontato con qualche immagine evocativa. Se oggi sono un italiano immerso nella civiltà, di cui vado orgoglioso, questo è frutto dell’eredità che mi è stata lasciata. Mi commuovo e sono felice di non avere intorno nessuno che mi veda. Ma non perché me ne dovessi vergognare, soltanto per non sciupare quel momento di intimità con me stesso. Dostoeskij ebbe e a dire che “la bellezza salverà il mondo”. Una grandissima verità, per ricordarci che ciò che è bello va a colpire l’animo, l’intelligenza, le emozioni e, in definitiva, la coscienza. Risveglia l’umanità, spesso sepolta dentro una civiltà della fretta, dove la velocità ci ruba, ad ogni istante, la profondità dell’animo. Come ha scritto il sociologo Bauman, “Quando il ghiaccio si fa sottile, ci si salva solo con la velocità”. Che oggi camminiamo sulla fragilità di tanto nulla, non ha bisogno di dimostrazioni.
Mi trovo immerso in questi sentimenti, quando penso come sarebbe bello se a fare l’alza bandiera ci fosse un alpino. Intorno va in onda lo scenario delle montagne, materia di cui gli alpini se ne intendono. E poi anche di Olimpiadi. Quelle di Cortina del 1956 rappresentano un esempio emblematico. Gli alpini furono protagonisti silenziosi ma essenziali, contribuendo alla riuscita dei Giochi in un’Italia che guardava al futuro con speranza e orgoglio. Penso a loro e al debito di gratitudine che l’Italia gli deve. Soprattutto vorrei che la loro storia e la loro testimonianza potesse arrivare al cuore di chi crede di cambiare il Paese andando in strada a picchiare la polizia, a distruggere la bellezza dei nostri monumenti, a seminare paura e rancore. Penso ai potenti della terra che stanno facendo a pezzi la cultura della democrazia, ubriachi di potere e di soldi. E mentre ci rubano gratuità e gioia, forse l’unico rimedio è quello di tornare a giocare.




