Le domande scomode che gli uomini non si fanno pensando alla donna
In punta di spillo, rubrica a cura di Bruno Fasani
Domenica scorsa, sottotono come ormai da tempo, s’è consumata l’ennesima Festa della Donna. Pagato il tributo all’ipocrisia, con un modesto ciuffo di mimose, sul piatto sono rimaste senza risposta le domande sul perché sopravvivano tante contraddizioni a dispetto dei migliori proclami. È vero che un certo vezzo moralistico ci porta a sgravare la coscienza denunciando la violenza dei femminicidi, le condizioni subumane in cui vivono le donne afghane e di altre zone governate dal fondamentalismo islamico, la dittatura iraniana che manda a morte per un ciuffo di capelli in libera uscita dal velo, le spose bambine, le mutilazioni genitali… ma, per il resto, nessuna riflessione sul maschio e sulla sua incapacità di combattere i virus da cui si sviluppano le patologie che fanno male alle donne.
Mi veniva in soccorso qualche lettura presa dalla Bibbia, in questo tempo che ci invita alla conversione. Il libro della Genesi ci racconta il grande esodo di Abramo, dalla sua comfort zone che gli garantiva potere e benessere, verso una terra nuova che gli avrebbe dato discendenza come le stelle e memoria eterna. Il racconto ci dice che, al suo seguito, si era messo il nipote Lot il quale, arrivato a Sodoma, aveva preso in sposa una donna di quella città. Quando si trattò di dividersi dallo zio, non potendo spartire gli stessi pascoli, Lot non ebbe dubbi sul da farsi. Scelse la parte più comoda, quella verde e pianeggiante della valle del Giordano, piantando le tende vicino a Sodoma, nonostante fosse nota la sua corruzione. Un opportunista diremmo oggi, incapace prendersi le responsabilità di una famiglia da difendere e portare lontano dai guai.
Origene parla di lui come simbolo della mediocrità, colph locandolo a metà tra i perfetti e i perduti, tra quei tiepidi che l’Apocalisse denuncia come vomitati da Dio. Ed è sempre la storia di Lot che ci racconta della moglie trasformata in una statua di sale quando, dovendo lasciare la città, si volse indietro. Là, lasciava la sua casa, i parenti, le amicizie, le sicurezze accumulate nel tempo… Le interpretazioni di questo episodio orientano da sempre verso una lettura maschilista e moralistica, per indicare la responsabilità e la fragilità della donna davanti al fascino del male. Ma una lettura più attenta ci mostra invece la solitudine della donna, davanti alle prove della vita, quando il maschio diventa inconsistente, debole e opportunista e, comunque, incapace di spartire le fatiche e il destino di chi la Provvidenza gli ha messo accanto.
Lo stesso accaduto alla donna del pozzo di Samaria, che il vangelo della terza domenica di Quaresima ci ha regalato. Vai a chiamare tuo marito, le dice Gesù. Una richiesta per nulla accusatoria. Ne ho avuto cinque, risponde la donna, e quello che ho adesso, il sesto, non è mio marito. Non era più la sete di acqua che emergeva in quella risposta. Ora era la sete di umanità, di armonia, di braccia che la facessero sentire amata e valorizzata quello che le era mancato. Sete di un mondo interiore pacificato, perché amato. Non erano bastati sei uomini per calmare quella sete, che rimaneva ancora profonda e struggente. Anche le donne, per dirla col linguaggio di Agostino possono essere fruite od usate. Amate come compagne di vita o usate come oggetti di cui servirsi.




