Dio
In cammino con la Parola
Pubblicato il Marzo 27, 2026

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Vangelo della Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Dal Vangelo secondo Matteo

Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. (…) Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele.

Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». (…) A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Commento

A cura di Angelo Sceppacerca

Tutta la profezia d’Israele si compie in Gesù. Gerusalemme è la vigna del Signore, il luogo delle nozze tra Dio e il popolo, le nozze con l’umanità intera. La vigna è anche luogo di un’appropriazione indebita e dell’uccisione del figlio. Gesù manda e ordina ai suoi: andate, troverete, sciogliete, conducete. Fino a lui ogni realtà resta legata come l’asina, in attesa della liberazione. Gesù si definisce “Signore”, ma aggiunge che “ha bisogno”. Lui è diverso dai re della terra, è umile e mite, però il suo ingresso è nel segno della gioia e della gloria. Fin da sempre Dio ha scelto la piccolezza e la mitezza per comunicarsi al suo popolo, fino a questo re mite che ora viene per offrire la sua vita per la salvezza di tutti.

“Nostro Signore si è degnato assaggiare il trionfo come tutto il resto, come la morte, non ha rifiutato nulla delle nostre gioie, non ha rifiutato che il peccato. Ma la sua morte, diamine!, l’ha curata, non vi manca nulla. Invece, il suo trionfo, è un trionfo per bambini, non ti pare? Un’immagine di Épinal, con l’asinello, le fronde verdi, e la gente di campagna che batte le mani. Una parodia gentile, un po’ ironica, delle magnificenze imperiali. Nostro Signore sembra sorridere – Nostro Signore sorride spesso – , ci dice: “Non prendete troppo sul serio questo genere di cose”. E, quanto ai miracoli, nota bene, è la stessa cosa. Non ne fa più del necessario. I miracoli sono le immagini del libro, le belle immagini”. (Bernanos, Diario di un curato di campagna).

Il tema dello scandalo ha sempre un riferimento al mistero della piccolezza di Dio rivelata nella piccolezza di Gesù fino alla morte. Gesù dice che riguarda ognuno: “Tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte”; la dispersione del gregge fa parte della salvezza proprio nel momento culminante. Celebrando il dolore davanti al Padre e davanti a noi, Gesù ci insegna quale sia per i discepoli il modo di vivere cristianamente l’ora della prova. Il dolore e l’angoscia della morte non sono più legati alla natura dell’uomo, ma sono un mistero divino, di cui anche noi siamo partecipi.

Accanto al Crocifisso c’è un preannuncio del nuovo popolo nato lì, sul Golgota. Il centurione e le guardie vedono il terremoto che squarcia il velo del tempio e spacca le rocce; poi le donne che lo avevano seguito e servito e che ora guardano lo spettacolo drammaticamente povero del crocifisso. Infine Giuseppe d’Arimatea, membro del Sinedrio, uomo buono e giusto che chiede a Pilato il corpo di Gesù per avvolgerlo nel candido lenzuolo e deporlo nella tomba nuova segno dell’attesa della risurrezione finale.

L’opera d’arte

Cristo Crocifisso detto Majestat Batlló (metà del secolo XII), Barcellona, Museu Nacional d’Art de Catalunya. Opera mirabile dell’arte romanica catalana, questo Crocifisso, in legno scolpito, prende il nome dal collezionista Enric Batlló i Batlló che lo acquistò in un mercato. Si tratta di una particolare iconografia detta appunto Maestà: Cristo sulla croce indossa una lunga veste avvolta intorno alla vita e si presenta come trionfante sulla morte, con gli occhi aperti e senza segni di sofferenza. Una rappresentazione molto diffusa in Occidente nel XII secolo, secondo il prototipo del Volto Santo di Lucca.

Nella Majestat catalana si evidenza la policromia, con una prevalenza di rosso e blu, a richiamare rispettivamente la natura umana e divina di Gesù. Come suggeriscono gli studiosi, le decorazioni dell’abito, con cerchi rossi su sfondo blu e motivi vegetali, evidenziano un’influenza orientale, in particolare una somiglianza con tessuti coevi di fattura islamica. Più di tutto spicca l’espressione, per così dire, umanissima del volto di Gesù – sottolineata dalla precisa resa dei dettagli dei capelli e della barba – come assorto nella meditazione del grande mistero di cui è protagonista.

V.P.

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