Il
In punta di spillo
Pubblicato il Marzo 27, 2026

Il letargo della spiritualità più che il pessimismo deve risvegliare il coraggio

In punta di spillo, rubrica a cura di Bruno Fasani

«Così dice il Signore: ecco io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe o popolo mio» (Ez. 17, 12). Anche il nostro tempo, per molti aspetti, rimanda a una distesa di ossa aride. Non perché manchi la vita biologica, ma per l’affievolirsi di quella interiore, quella che dà senso e direzione al nostro vivere. L’immagine evocata dal Libro di Ezechiele non appare così lontana: anche oggi si può essere vivi e, allo stesso tempo, fragili, come se mancasse la terra sotto i piedi. La nostra epoca è attraversata da contraddizioni evidenti. Da un lato, un progresso tecnologico impressionante, con possibilità quasi illimitate. Dall’altro, una fragilità diffusa che si manifesta nelle relazioni, nella difficoltà a costruire legami stabili, nella fatica di riconoscere un senso condiviso. Le guerre, che credevamo appartenere a un passato superato, tornano a occupare il presente, seminando paura.

La famiglia, spesso idealizzata, si trova esposta a tensioni profonde, a cambiamenti rapidi e a una precarietà che ne mette alla prova la tenuta. I giovani, immersi in un mondo iperconnesso, sperimentano paradossalmente forme acute di solitudine, e talvolta trasformano il disagio in aggressività o chiusura. Non si tratta semplicemente di problemi sociali o psicologici isolati. C’è un filo più profondo che li lega: una sorta di indebolimento della dimensione spirituale dell’esistenza, intesa in senso religioso stretto, ma anche come capacità di interrogarsi sul significato del vivere, di coltivare interiorità, di aprirsi a qualcosa che vada oltre l’immediato. Quando questa dimensione si affievolisce, è la comunione tra le persone a perdere forza. Le relazioni diventano più fragili perché manca un terreno interiore solido.

Il futuro fa più paura perché non è sostenuto da una direzione condivisa. Il presente si riempie di rumore ma si svuota di senso. Qualcuno parla di un’epoca segnata dal letargo della spiritualità. Eppure, parlare di “letargo della spiritualità” non deve portare a stendere certificati di morte. Il letargo, per sua natura, è uno stato temporaneo, un sonno da cui è possibile risvegliarsi. In mezzo alle contraddizioni del nostro tempo emergono anche segnali diversi: persone che cercano autenticità, che riscoprono il valore del silenzio, che provano a ricostruire legami più veri, che si interrogano sul proprio modo di vivere. Sono segni discreti, spesso poco visibili, ma reali. Forse la sfida più urgente oggi non è soltanto denunciare ciò che non funziona, ma riaprire spazi interiori in cui la vita possa tornare a respirare.

Significa sottrarsi, almeno in parte, alla superficialità dominante, accettare la fatica del pensiero, del dialogo, dell’ascolto. Significa anche riconoscere che non tutto si risolve con risposte immediate o soluzioni tecniche: alcune domande richiedono tempo, profondità, e una disponibilità a mettersi in gioco. In questo senso, l’immagine delle tombe che si aprono non è solo un simbolo antico, ma una provocazione attuale. Ci ricorda che anche dentro le situazioni più aride può nascere un movimento di vita, che la dimensione spirituale non è perduta per sempre, ma può essere riscoperta. Non in modo spettacolare, ma attraverso piccoli gesti, scelte quotidiane, relazioni curate. È lì, forse, che inizia davvero il risveglio.

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