Intervista a Ignazio Ingrao
Culturalmente, rubrica a cura di Francesco Natale
Ignazio Ingrao, giornalista vaticanista del TG1, ospite di questo nuovo appuntamento di CulturalMente, è autore, assieme a Giuseppe Pagano, del libro “Papa Leone XIV. Chi dite che io sia? Sono un figlio di Agostino” (ed. Cantagalli, 2025).
Ingrao, com’è umanamente Papa Leone XIV?
È una persona molto cordiale, con un grande senso dell’umorismo, non ha timore di rispondere alle domande dei giornalisti, di avvicinarsi e anche i suoi più stretti collaboratori raccontano che è anche amante degli scherzi, dello stare insieme. Interpreta in maniera tangibile e visibile il carisma degli agostiniani: l’amicizia, lo stare con gli altri, l’essere in comunione e in dialogo con tutti senza riserve. Poi ha una grande capacità di ascolto e disponibilità all’ascolto degli altri.
Secondo lei perché i cardinali hanno scelto proprio un “figlio di Agostino” come Papa?
Anzitutto per la sua biografia. È una figura che ha esperienza di governo come Priore Generale degli Agostiniani per 12 anni, ha una visione mondiale perché ha visitato 50 paesi da priore generale. È figlio delle Americhe, non solo degli Stati Uniti, ma anche del Perù perché è anche cittadino del Perù, però ha anche una profonda esperienza pastorale, che era quello che cercavano i cardinali, e anche una profonda esperienza pastorale nella Chiesa sul territorio come missionario in Perù. Per metà del suo ministero sacerdotale è stato missionario. Infine ha anche una solida formazione canonistica, giuridica e quindi anche questo ha una garanzia per portare a termine le riforme intraprese da Papa Francesco.
Parlando di Papa Francesco, un capitolo del libro che è dedicato all’eredità di Bergoglio. Qual è l’eredità di Bergoglio?
Sicuramente un’attenzione su alcuni temi chiave della Chiesa, a cominciare dalla trasparenza finanziaria, la lotta alla pedofilia e la valorizzazione delle donne all’interno della comunità ecclesiale anche con ruoli di responsabilità, ma, soprattutto, l’importanza di essere coerenti e aderenti al Vangelo, quindi una Chiesa che testimoni il Vangelo e che sia aderente al Vangelo. E anche una grande attitudine alla misericordia e alla capacità di accogliere, una Chiesa in uscita. Questi sono i punti centrali dell’eredità di Bergoglio e direi che Prevost se ne fa portatore, naturalmente poi interpreta, li vive, li mette in pratica secondo il suo stile, secondo le sue convinzioni, secondo la sua formazione, ma questa è l’eredità di Bergoglio che credo che non finirà, rimarrà sempre viva.
Il Papa, già nel suo primo discorso, ha invocato la pace, “disarmata e disarmante”, ma, purtroppo, viviamo in un mondo di guerre. Le parole del Papa cadono nel vuoto?
Secondo me non sono a vuoto, perché il Papa, forte dell’autorità che gli è stata conferita e dalla tradizione della Chiesa con le parole del Vangelo, lancia un messaggio universale di difesa dell’uomo, della persona e di condanna forte della guerra e dei conflitti. Papa Leone in un mondo e in un’epoca in cui sembra che debba avere ragione chi grida più forte, ha scelto il linguaggio mite, una parola che punta al dialogo, a costruire un dialogo, una relazione con tutti, anche con il proprio avversario con il quale non condividiamo le opinioni. Una parola mite che può sembrare disarmata, ma che io credo che nel tempo sarà veramente capace di disseminare novità, soprattutto di sconfiggere, questo lui non si stanca mai di farlo, di criticare una cultura della violenza, della sopraffazione, un multipolarismo che si vuole sostituire al multilateralismo delle organizzazioni internazionali, di difendere quindi la forza del diritto contro il diritto della forza e valorizzare tutti quelli che sono quegli strumenti anche della comunità internazionale per garantire la pace, il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario nei contesti di guerra. Tutto questo oggi sembra violato, il Papa non si stanca mai invece di dare una parola che vuole essere costruttiva da questo punto di vista. Io credo che, proprio perché va in controtendenza con quello che è lo stile di oggi, possa essere più ascoltato e più rivoluzionario rispetto a quelli che strillano e pretendono di imporre con la forza e con la violenza la propria opinione.




