La violenza sui social trova il suo sbocco in quella della vita
In punta di spillo

Pubblicato il

25 Settembre 2026

La violenza sui social trova il suo sbocco in quella della vita

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

Un caschetto in testa, calcato come quello di un marine in un’azione di guerra, con tanto di fotocamera per riprendere in diretta il fatto e trasmetterlo su Telegram. In mano una bomboletta spray urticante e un coltello affilato. Dentro il cervello, oltre l’acerbo dei tredici anni, tanto vuoto e il caos procurato nella mente da cattivi maestri. Il nemico da sconfiggere? Una docente di 66 anni, “colpevole” di avergli dato un debito da riparare a settembre. Tutto questo accadeva nei giorni scorsi a Roma. Sono stato molto incerto se commentare questo episodio. Prima di tutto per evitare di generalizzare con giudizi desolati, penalizzando un’intera generazione. Non dimentichiamo che a disarmare il tredicenne è stato un coraggioso compagno di classe, congolese di origine, segno che la maggioranza degli studenti, benché minorenni, sa dimostrare all’occorrenza grande senso di responsabilità. A prova che possono essere i ragazzi stessi, con la loro vicinanza alla pari, a fare crescere provocazioni educative, determinanti nella soluzione dei problemi.

Non avrei voluto parlarne perché, dopo la cronaca, il rischio è quello che inizi l’emulazione da parte di qualche altra mente bacata. Ricordo nitidamente la stagione dei sassi dal cavalcavia, negli anni Novanta. Era diventato un incubo di cui non si vedeva la fine. Allora si decise concordemente, tra giornalisti, di riferire i fatti con la minore evidenza possibile. Pian piano il fenomeno si sgonfiò, fino a scomparire. Se oggi, contravvenendo alle mie convinzioni, ho deciso comunque di parlarne è solo per richiamare le agenzie educative, a cominciare dalla famiglia, a guardarsi dentro per scoprire in tempo dove stanno le falle. Perché quasi sempre è proprio il tessuto della famiglia stessa ad essere sfilacciato e pedagogicamente inconsistente. Le indagini sul ragazzino in questione ci raccontano che era presente su Tik Tok col nome di “Stufa” seguito da oltre 4000 follower. Le immagini che pubblicava andavano tutte sotto ad un unico denominatore: la violenza. Omicidi, suicidi, persone decapitate… mentre non faceva mistero di appartenere alla TCC, True Crime Community, ossia la vera comunità del crimine.

Mi chiedo, si può arrivare a tredici anni, con una simile patologia psicologica, senza che in famiglia qualcuno non abbia percepito cosa andava crescendo nella mente di quel figlio? È possibile che un genitore non avverta la responsabilità di mettere il naso su cosa fa un ragazzo di seconda media sui social? L’impressione è che davanti a questi drammi, perché di dramma si tratta, la tendenza sia quella di esternalizzare le responsabilità educative. E allora via con il rosario dei lamenti per invocare pene più severe, chiedere che sia lo Stato a decidere, la scuola a fare, la società… E senza trascurare i preti, accusati spesso di scarso protagonismo collaborativo e di tanto altro, da parte di adulti che ne rivendicano la presenza per compensare fatiche e insuccessi, nel momento stesso in cui, in famiglia e sui social, li si descrive come l’orco della favola. La gravità del problema domanda precise assunzioni di responsabilità, ma è solo restituendo etica e senso civico alla coscienza di tutti, che torneremo a mettere in piedi uomini e donne all’altezza del loro futuro.

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