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5 Novembre 2026Ha sete di te, Signore, l’anima mia
Vangelo di domenica 8 novembre
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Commento
A cura di Mons. Francesco Lambiasi Vescovo emerito di Rimini
Nel vecchio catechismo, alla domanda “Dio è sempre stato?”, si rispondeva a memoria che Dio “è sempre stato e sempre sarà: egli è l’eterno”. Da bambini si immaginava che l’eternità fosse un tempo lunghissimo, ma poi da grandi si imparava il concetto greco di essere-eterno: un presente senza tempo, e quindi senza inizio e senza fine; detto in parole povere, l’essere che era, che è e che sarà. Diverso il concetto biblico di eternità applicato a Dio. La denominazione divina, che ricorre diverse volte nel libro dell’Apocalisse – come esplicitazione del santo Nome rivelato a Mosè sul Sinai – è la seguente: Dio è “Colui che era, che e che viene”. Dio è il Veniente. In questo titolo – il Veniente – c’è tutta la sostanza del Dio biblico, il quale non è come la divinità greca, infinitamente distante e gelidamente distaccata. No, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, “non può stare solo” (Turoldo), e più che starsene comodamente installato nel tempio, ama abitare nel tempo dei figli dell’uomo, e quindi viene, viene sempre in mezzo a noi.
Ma viene, come? Come un pastore che porta gli agnellini sul petto. Come un papà o una mamma che nutre e coccola i suoi cuccioli. Come un re che difende lo straniero, l’orfano e la vedova. E viene anche come uno sposo che sposa una vergine. Ma non sono queste, in particolare quest’ultima, solo delle dolci, dolciastre metafore? No, finché non verrà “Colui che deve venire”, nessun ebreo poteva mai sospettare quale segreto fosse nascosto dietro questa immagine del Dio che viene a celebrare le nozze con l’umanità. Il segreto ci è svelato in Cristo: “Ecco lo Sposo, andategli incontro!”. Questo è il vangelo, la bella notizia: arriva lo Sposo! Beata la sposa se si troverà pronta per le nozze, preparata ad ogni evenienza, anche al ritardo dello Sposo. Per far capire quale deve essere l’atteggiamento della sposa nel tempo dell’attesa, Gesù racconta la parabola delle dieci damigelle, cinque sagge e cinque stolte.
La differenza tra i due gruppi non è data dal fatto che le prime riescono a stare sveglie e le altre no. In effetti “si assopirono tutte e dormirono”. La differenza è che le prime hanno fatto scorta di olio, le altre no. La diversità è in quel piccolo vasetto d’olio che ognuna delle ragazze sagge ha portato con sé. Quel minuscolo vasetto sta a dire che la fede deve essere sapiente: niente di più prezioso di una lampada per la notte; ma nulla di più precario. Dunque bisogna fare provvista dell’elemento indispensabile – l’olio – cioè, decodificando il simbolo – dell’amore che accende e alimenta l’attesa. L’incontro con lo Sposo-che-viene va preparato prima: non è cosa che si possa rimediare in extremis. Se la fede è sapiente, allora sarà anche paziente, e neanche il sonno sarà una tragedia, purché non diventi il letargo delle stolte e degli stolti che si illudono sempre di potersela cavare all’ultimo momento.
Tutt’altro che romantica e patetica, questa parabola è dura. Dura la risposta delle ragazze, che sono armate di olio, alle loro compagne: Andate a comprarvelo . Durissime le parole da dietro la porta sbarrata: Non vi conosco . Eppure è una parabola davvero consolante: non vuole affatto spaventarci con lo spauracchio di una morte incombente. Vuole responsabilizzarci sul presente. Se siamo sempre pronti all’incontro con il Signore – lo Sposo-che-viene, allora ogni giorno si veste di luce, ogni ora si colora di attesa, ogni istante si colma di desiderio, di frizzante sorpresa, e si impregna di intenso stupore. E la vita si fa cammino in avanti, spesso faticoso, incerto e sofferto, eppure proteso all’incontro d’amore, alla grande festa dove lo Sposo ci attende con impaziente trepidazione. Anzi ci viene incontro. Beate le damigelle prudenti e vigilanti, ma beati anche noi, invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello: lo Sposo viene! Arriva: andiamogli incontro! Beati noi se vivremo giorno dopo giorno, in modo da potergli dire nella verità, quando verrà per l’ultimo incontro, beatificante e decisivo: “Ma perché, Signore, hai tardato così tanto?!”.
L’opera d’arte
William Blake, La parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (1825 ca.), New Haven Yale Center for British Art (USA). Artista londinese eclettico, attivo a cavallo tra il ‘700 e l’800, Blake trasse costantemente ispirazione per le sue opere, in maniera del tutto originale, dai testi sacri. Come vediamo qui a fianco nell’acquerello con tracce di matita e inchiostro su carta, raffigurante il brano evangelico di questa domenica. L’artista divide visivamente i due “nuclei” del racconto. A sinistra, le vergini sagge procedono erette e decise, illuminate dalle loro lanterne accese, pronte all’arrivo dello sposo, irremovibili nell’allontanare le vergini stolte.
Queste ultime, a destra, sono preda della disperazione e della confusione, si contorcono avvolgendosi nelle vesti, mentre le loro luci si spengono o sono ormai inutilizzabili. In alto, una figura fluttuante simboleggia il soffio o il richiamo divino che annuncia “ecco lo sposo!”. Nel magistrale equilibrio tra rigore grafico e tensione drammatica, l’artista consegna un avvertimento universale sulla responsabilità della scelta individuale e sull’urgente necessità di farsi trovare pronti, con il cuore illuminato, di fronte alla soglia dell’eterno.
V.P.




