Il
Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Agosto 28, 2021

Il linguaggio potente dell’arte ci insegna a guardare oltre per scoprire la verità celata

 

I giorni della vacanza, ancora una volta ci hanno immersi nella bellezza. Consapevoli o meno. Che fossero le stelle cadenti di San Lorenzo, gli spazi aperti del mare, quelli silenziosi delle montagne, gli angoli sconosciuti mai visti prima, le città con le loro architetture, musei, chiese… tutto ha avuto il potere di portarci oltre. L’oltre dell’infinito che non conosciamo o quello delle emozioni che tenevamo prigioniere dentro e che qualcuno, con la sua bravura, ha saputo risvegliare in noi e per noi.

Per chi ha il dono della fede la bellezza è Dio ed ogni artista, che creda o meno in Lui, racconta qualcosa di questa bellezza. Lo sapevano bene gli iconografi, che fin dall’epoca bizantina cominciarono a mettere dentro le loro tavole il mistero che stava a fondamento della loro fede. San Tommaso diceva che ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo. Certamente di acqua sotto i ponti ne è passata molta, da quando Dante parlava dell’arte che è a Dio quasi nipote (Inferno XI, 105). Il riferimento era alla natura, figlia del creatore, che veniva rappresentata dagli artisti con assoluta fedeltà. La loro bravura consisteva nella capacità di portarla nelle loro opere quasi fosse presente nell’opera stessa fisicamente. Se dunque la natura era figlia di Dio, l’arte ne era la più degna nipote.

Sappiamo che nel corso dei secoli i canoni della bellezza risentirono del loro tempo, modificandosi in continuazione. Se perfino Caravaggio fu criticato per il suo stile innovativo, con i chiaro-scuri e la potenza della luce che portava nelle sue tele, la domanda conseguente porta a chiedersi cosa debba intendersi oggi per arte. Ma va detto da subito che è vietato fare moralismi, per denigrare le opere contemporanee, quasi fossero frutto di una bellezza di serie B. Ogni epoca ha il suo genio e ogni tempo racconta con linguaggi diversi il bello che c’è intorno a noi e dentro di noi.

Oggi nessuno si permette di gridare allo scandalo davanti a un taglio sulla tela di Lucio Fontana, valutati fino a tre milioni di dollari, o alle materie povere usate da Alberto Burri. L’arte di quest’ultimo, iniziata alla fine della seconda Guerra mondiale fu una rinuncia alla tradizionale nozione di bella pittura. Utilizzò catrame, sabbie, smalti, iuta da sacchi. Dovette fronteggiare sarcasmo e insulti, prima di essere consacrato come uno dei più grandi artisti al mondo. Si capì solo dopo che nella sua opera c’era la valorizzazione delle realtà povere, quasi un grido contro il perfezionismo della tecnica che ci stava rendendo tutti prigionieri della meccanica. Soprattutto quando l’arte è vera è importante non fermarsi a valutazioni emotive di tipo estetico, della serie mi piace, non mi piace.

Nell’arte bisogna cercare di entrare dentro, capire il messaggio di cui è portatrice, come nella poesia. Ricordo la prima volta che vidi un dipinto di Emilio Isgrò, uno dei più grandi poeti e pittori contemporanei. La sua poesia come i suoi quadri nascono da pagine scritte, dove, con un tratto di pennarello nero, viene cancellata la maggior parte delle parole. Il messaggio si impone da sé. Oggi c’è uno spreco di parole che ci domanda di parlare meno e ascoltare maggiormente, ma soprattutto dobbiamo recuperare il loro valore, perché ognuna di esse nasconde la forza di un pensiero. Ridare dignità alle parole evitando di trasformarle in chiacchiere senza valore è l’unica garanzia per tornare a dare senso ai nostri rapporti e al nostro domani.

Come scriveva il cardinale Giacomo Biffi nel 1983, “è solo nel rispetto del vocabolario che è possibile la nostra salvezza”. L’arte è lì, vicina a noi e intorno a noi, a farci da maestra e a ricordarci da dove veniamo e dove andiamo. Immersi nel Mistero, da scoprire a bocconi come il pane della vita.

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