Da Limidi alla Calabria. Una Route nel segno della solidarietà, della reciprocità e della legalità
Attualità, Chiesa

Pubblicato il

16 Agosto 2026

Da Limidi alla Calabria. Una Route nel segno della solidarietà, della reciprocità e della legalità

I giovani del Clan I Care hanno incontrato diverse realtà

Dal 9 al 14 agosto il Clan I Care del gruppo scout Limidi 1 ha vissuto una Route in Calabria, ospite dell’associazione Don Milani e della cooperativa sociale Nelson Mandela di Marina di Gioiosa Ionica. Sei giorni intensi, tra servizio, incontri, riflessioni e scoperta di un territorio ricco di storia, difficoltà, ma anche di energie e possibilità di riscatto. Ci sono esperienze che vanno oltre il semplice viaggio. Esperienze che lasciano un segno, perché permettono di incontrare persone, realtà e territori capaci di mettere in discussione il nostro modo di guardare il mondo. Sei giorni vissuti intensamente, durante i quali il servizio si è intrecciato con la conoscenza del territorio, le relazioni, il confronto e la riflessione. Un’esperienza che ha permesso ai ragazzi di mettersi concretamente a disposizione delle comunità locali e, allo stesso tempo, di lasciarsi interrogare da una realtà diversa da quella a cui sono abituati.

Uno dei momenti centrali della Route è stato il servizio nei campi della cooperativa Nelson Mandela. I ragazzi hanno partecipato ad attività di agroecologia, sperimentando direttamente il valore del lavoro condiviso e di un rapporto rispettoso con la terra. Un’esperienza concreta, fatta di fatica e collaborazione, ma anche un’occasione per comprendere come il lavoro possa diventare uno strumento di costruzione della comunità e di valorizzazione del territorio. Altrettanto significativo è stato il tempo trascorso con i minori del centro diurno Don Milani, attraverso le attività della colonia al mare. Tra giochi, momenti di condivisione e relazioni, i ragazzi hanno avuto l’opportunità di vivere un servizio fatto soprattutto di presenza e vicinanza.

La Route ha portato il Clan anche al centro diurno Comma Tre, dove i ragazzi hanno incontrato persone con disabilità. Qui il servizio si è trasformato soprattutto in ascolto, relazione e reciprocità, ricordando che mettersi al servizio degli altri significa prima di tutto essere disponibili all’incontro. La Route non è stata però soltanto servizio. È stata anche un’occasione per conoscere più da vicino una terra complessa, segnata da storie difficili e profonde ferite sociali, ma allo stesso tempo ricca di persone e realtà che ogni giorno lavorano per costruire alternative e nuove possibilità.

Particolarmente intenso è stato l’incontro con Stefania Grasso, figlia di Vincenzo Grasso, vittima innocente della ’ndrangheta. La sua testimonianza ha permesso ai ragazzi di confrontarsi con temi importanti come la memoria, la giustizia e la responsabilità. Un incontro capace di far comprendere come il contrasto alla criminalità organizzata non passi soltanto attraverso le istituzioni, ma anche attraverso le scelte quotidiane di ciascuno, la capacità di non dimenticare e il coraggio di scegliere da che parte stare.

Tra le esperienze vissute durante la Route, un posto particolare lo ha occupato la visita a Camini. Per molti dei partecipanti è diventato un vero e proprio “luogo dell’anima”: uno spazio capace di suscitare domande e riflessioni sull’accoglienza, sulle migrazioni, sulla comunità e sulla possibilità di costruire futuro attraverso relazioni fondate sulla dignità e sull’incontro. Camini ha rappresentato così un’ulteriore occasione per interrogarsi su cosa significhi oggi costruire comunità, soprattutto in un mondo attraversato da migrazioni, disuguaglianze e divisioni.

Per i ragazzi del Clan I Care, questa Route è diventata un percorso di conoscenza e di crescita, capace di andare oltre la semplice esperienza di viaggio. Un’occasione per confrontarsi con realtà differenti, conoscere persone, ascoltare storie e lasciarsi cambiare dall’incontro. Perché una Route, in fondo, non si conclude quando si torna a casa. Il suo significato più profondo si misura anche in ciò che ciascuno decide di portare con sé nella propria quotidianità: una maggiore consapevolezza, nuove domande, relazioni che continuano e la convinzione che il servizio non significhi semplicemente “fare qualcosa per gli altri”.

Irene 

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