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Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Ottobre 14, 2021

Coi giovani no pessimismo ma solo più fede convinta e iniziative coinvolgenti

Quando si parla di giovani la più grande tentazione è quella di lasciarsi prendere dal pessimismo. Quello un po’ retrò, dell’altro ieri, ah una volta, ah ai miei tempi… Oppure quello giovanilistico, che poi altro non è che pessimismo camuffato, quando per nascondersi la realtà, ci si produce in lodi sperticate, per rimuovere la fatica di guardare in faccia i problemi.

Ma più ancora del pessimismo diffuso, fa paura quello ecclesiastico. I giovani non frequentano più e quando si parla di Chiesa, o ne sono indifferenti, a volte ostili, altre volte ancora inchecché fastiditi da certo protagonismo ecclesiale, che percepiscono come indebita ingerenza nel mondo privato e in quello sociale.

A creare ancora più disagio c’è il fatto che si considera questo tempo come la prima stagione della storia in cui intere generazioni rompono la catena della tradizione cristiana, per palese indifferenza. Il fatto non è certamente da prendere sottogamba, soprattutto come occasione per interrogarci tutti, famiglia, Chiesa e società civile su ciò che è necessario fare per invertire la rotta. Ma senza perdere la speranza, perché il mondo, se ne pensi, non procede solo per logiche razionali e scientifiche. Per chi ha il dono della fede, sia pure ridotta a lucignolo tremolante, dovrebbe essere palese che l’irruzione di Dio, finalizzata a cambiare passo alla storia, è una costante che si registra in ogni epoca. È bastato un soffio di Grazia per trasformare il grande peccatore Agostino in uno dei più grandi santi e dottori della Chiesa. E prima di lui è toccato ad una giovanissima ragazza di Nazareth diventare la protagonista della più grande rivoluzione di sempre. Se poi vogliamo guardare ad uno dei periodi più tristi del cristianesimo, basti pensare a cosa ha operato il Padreterno in un promettente cavaliere e commerciante di nome Francesco.

Certamente non sempre l’azione della Grazia risulta così clamorosamente palese nella percezione della nostra debole fede, ma ciò non toglie che i segnali che oltrepassano la nostra ragione esistono e sono lì a confermare che nella storia opera Qualcuno capace di rimescolare le carte dentro gli scenari dove si giocano le vicende umane.

Ma il pessimismo si vince non solo con la fede, ma anche con l’assunzione di precise responsabilità. E qui mi viene spontaneo pensare al nuovo mondo digitale nel quale siamo immersi. Purtroppo ho l’impressione che tante volte lo valutiamo con desolata rassegnazione, considerandolo solo come lo spazio ludico dove i giovani passano (sprecano) ore e ore di tempo. Può essere anche questo, ma non possiamo limitarci a valutare questi mezzi solo come strumenti tecnici. Essi sono lo spazio vitale, che ci piaccia o no, in cui si gioca la vita delle persone, come lo fu un tempo la scoperta della scrittura e quella del libro. Sta a noi popolare questo spazio di contenuti nuovi che aiutino a pensare e soprattutto a favorire relazioni autentiche. Perché, sia pure con tutti i distinguo possibili, la verità è che con il digitale è il mondo intero che vuole comunicare e sente il bisogno di mettersi in contatto.

E qui entra in gioco anche il ruolo della Chiesa, che mi piacerebbe avesse i tratti delle nostre comunità parrocchiali. Parrocchie non solo capaci di chattare, ma prima ancora di offrire contenuti di spessore. Omelie, catechesi moralistiche e spesso approssimative, liturgie con lo stile dello sfinimento hanno la valenza di televisori vecchi, sempre accesi, ma che nessuno ascolta più, se non per il brusio di sottofondo. Soprattutto il bisogno di relazioni nuove chiede alle comunità cristiane di mettere in onda iniziative capaci di aggregare. Se si sta bene insieme, lì si accendono i motori. Provare per credere.

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