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«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno»

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 14 Novembre 2021

«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno»

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 13,24-32)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. (…) In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

 

Commento

Siamo ormai nelle ultime domeniche dell’anno liturgico e com’è tradizione il lezionario ci presenta dei testi che hanno come tema la fine dei tempi e il giudizio universale. Quest’anno incontriamo un brano del capitolo 13 del vangelo di Marco. Questo capitolo è tutto dedicato a descrivere gli avvenimenti che precedono e accompagnano la fine dei tempi e il ritorno di Gesù.

Se proviamo a leggerlo per intero vi troveremo Gesù che istruisce i discepoli e gli dice che ci saranno guerre e catastrofi naturali, i discepoli saranno perseguitati e dovranno testimoniare senza paura, poi sarà distrutto il tempio di Gerusalemme, si faranno avanti dei falsi profeti e alla fine arriverà il Figlio dell’uomo e radunerà gli eletti. Per comprendere bene questi testi bisogna tenere presente che sono scritti nel genere letterario detto apocalittica, molto diffuso e apprezzato ai tempi di Gesù.

L’apocalittica era un modo di esprimere il senso del tempo presente descrivendo avvenienti futuri e usando un linguaggio simbolico a volte anche molto elaborato. È importante tenere presente che queste pagine non vogliono descrivere nel dettaglio quello che avverrà, ma immaginando il futuro, vogliono parlare del presente e insegnare il modo migliore di vivere oggi.

È illuminante riflettere sulla collocazione del capitolo 13 nel contesto del vangelo di Marco. Infatti, è inserito nel cuore del racconto della passione, tra i capitoli 11-12 (gli avvenimenti dopo l’ingresso messianico a Gerusalemme) e i capitoli 14-16 (la passione vera e propria). Il lungo di- scorso del capitolo 13 costituisce una pausa nella narrazione che probabilmente ha come scopo di indicare ai discepoli come vivere nel momento della crisi. Anche la comunità vivrà la sua passione com’è capitato a Gesù e da lui deve imparare a rimanere fedele nonostante le difficoltà e l’incertezza dei tempi e dei modi.

Dunque veniamo al nostro testo. Si dice che «dopo queste tribolazioni», cioè dopo i disastri storici descritti nei versetti precedenti, ci saranno sconvolgimenti nel cielo. I clamorosi segni negli astri indicano che tutto il cosmo si sta preparando a qualcosa di nuovo, a una fine, a una nuova fase.

La novità che finalmente irrompe nel cosmo è la venuta del Figlio dell’uomo, cioè di Gesù. Il Cristo Signore, dopo essere risorto, ritorna con grande potenza per radunare tutti quelli che hanno creduto in lui. In altri vangeli il ritorno di Gesù è anche il momento del giudizio definitivo sulla storia e la vita degli uomini. Nel leggere questi testi non dobbiamo lasciarci spaventare dalla descrizione di guerre e disastri naturali ma dobbiamo cogliere il profondo messaggio positivo che racchiudono anche per la nostra vita. Se il Signore verrà alla fine dei tempi, allora la nostra storia non è un succedersi vano di eventi ma va in una direzione che è quella dell’incontro con Dio.

Anche in tutte le vicende strampalate della nostra vita, che sono l’analogo dei disastri della storia, c’è comunque una direzione e non siamo mai persi. Un futuro ci è sempre donato ed è un futuro d’incontro con il creatore e salvatore. A partire da questo assume senso tutto il nostro vivere quotidiano con le sue gioie e le sue fatiche, che non è un arrabattarsi vano. Il fatto che ci sarà un giudizio finale ci apre alla comprensione che le nostre azioni hanno un peso; nel percorso della storia si può vivere da insensati o da persone che riconoscono valore ai tempi, ai momenti e alle relazioni.

L’ultima parte del vangelo invita a riconoscere i segni dei tempi, tramite il racconto della breve parabola del fico. L’estate, cioè il regno di Dio, è vicino e nella nostra quotidianità ne riconosciamo i segni: sono tutti i gesti di amore e di speranza che vediamo e compiamo noi stessi. Ma c’è di più. Le difficoltà e le durezze della nostra vita quando sono affrontate nella fedeltà al vangelo diventano segni che il regno di Dio è vicino; il cristiano non sfugge alla realtà ma vi scorge le tracce del Signore che viene.

Infine il prezioso chiarimento che nessuno sa quando queste cose avverranno, né è rilevante saperlo. L’unica cosa importante è che questa attesa orienti la nostra vita. Anche per noi i racconti apocalittici non servono a farci temere il futuro ma a vivere bene il presente.

 

Apocalittica: è un genere letterario presente in ambiente giudaico e cristiano, molto vivo all’epoca di Gesù. Dal punto di vista letterario i testi apocalittici fanno ampio uso di simboli e presentano sogni, visioni, enigmi e descrizioni di sconvolgimenti cosmici. Lo scopo non è di annunciare il futuro ma di interpretare con la sapienza della fede i fatti storici che sempre sono complessi e ambigui. Sono esempi di testi apocalittici il libro di Daniele nell’Antico Testamento, i capitoli apocalittici dei vangeli sinottici (Mc 13,1-31; Mt 24,1-44; Lc 21,5-36) e naturalmente il libro dell’Apocalisse.

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