La
Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Gennaio 19, 2022

La rivoluzione progressista che rischia di distruggere la nostra vera umanità

di Bruno Fasani

 

 

Cercare di mettere confini alla verità è come tentare di mettere in gabbia il vento. Oggi si parla di verità al plurale. Ognuno ha la propria, soprattutto in ambito morale, anche se spesso il pluralismo etico è soltanto la foglia di fico che fa da alibi all’individualismo dei comportamenti.

Per chi ha il dono della fede, la verità è il Bene, ossia Dio stesso, da cui scaturiscono come rigagnoli le tante verità che vanno in soccorso al bene delle creature. Per chi non ha questo dono, perché non ricevuto, non cercato o più spesso snobbato, le verità sono quelle che fioriscono dal basso. Dalla ragione in generale, dalla filosofia, dalla politica, dall’economia, dalla scienza, dall’informazione… ma anche, e qui la cosa si complica, dall’istinto, dalla paura, dai pregiudizi. Anche i miti della razza ebbero la pretesa d’essere verità, così come tutti i dogmi delle dittature che, notoriamente non hanno mai lasciato nel solco i semi del benessere e della felicità.

Se la verità è senza pareti, va da sé che essa può arrivare anche da strade inaspettate, facendo aprire gli occhi, premessa di ogni vera libertà. Fu così anche per gli ebrei, prigionieri in terra straniera. A decidere la loro liberazione e quindi il bene di quel popolo non fu un pio israelita, avvezzo a frequentare sinagoghe e rotoli della Torah. Fu un re pagano, Ciro il Grande, Dio si servì anche di lui per cambiare la storia.

Per venire al presente, dal profondo Iran ci spostiamo in Russia, a Valdai esattamente, dove poco tempo si è tenuto un importante Congresso, che aveva per tema «La Rivoluzione globale del XXI secolo. L’individuo, i valori e lo Stato». A tenere banco, Vladimir Putin, acutissimo autocrate cresciuto nelle file del Kgb, considerato oggi un lucido dittatore, nemico dei diritti umani, per il quale l’opulento Occidente non sprecherebbe un centesimo nel grafico della stima. Eppure fuori dai parametri della coerenza, quella per cui dicono a noi uomini di Chiesa che predichiamo bene e razzoliamo male, le parole di Putin hanno avuto bagliori di verità.

Partendo da una lettura della storia contemporanea, ha sottolineato come sia in atto una rivoluzione culturale ed economica, che ha come pilastri il radicalismo etico venduto come progressismo, da una parte, e il capitalismo comunista cinese, dall’altra. Uno scenario che gli fa dire come nessuna rivoluzione, imposta con la forza politica o culturale che sia, ha mai risolto una crisi, ma ha finito soltanto per creare un grande danno al potenziale umano. L’esperienza bolscevica che egli cita e che ha portato l’Urss sotto la terribile dittatura comunista ne è un esempio eloquente. Ma lo è anche per una cultura emergente in Occidente, che sembra non voler più riconoscere le proprie radici. Quelle della religione, dei valori etici e morali, della famiglia, distrutta dall’anarchia dei costumi e dell’egoismo, giustificati in nome del progresso.

La rimozione dei classici dai banchi di scuola, perché ritenuti arretrati, insensibili all’importanza dei temi di attualità, come quelli del genere e della razza. Una dittatura culturale che sta creando una sorta di razzismo alla rovescia, verso chi si ostinasse a credere che maschile e femminile sono un dato biologico e non culturale, che madre e padre hanno ancora un significato a dispetto del genitore uno e genitore due, che un bambino non può essere lasciato all’arbitrio di qualche legge Zan su cui giocarsi il futuro.

Quasi un grido, quello di Putin, per evitare che l’illusione del nuovo porti progressivamente ad uno svuotamento spirituale delle persone, con tutte le conseguenze che questo avrebbe nel futuro. Un sano conservatorismo, il suo. O forse una lezione di civiltà, sull’onda del vento della verità.

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