La cittadinanza italiana conseguita con lo ius scholae tra luci e qualche ombra
Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche

Pubblicato il

7 Luglio 2022

La cittadinanza italiana conseguita con lo ius scholae tra luci e qualche ombra

A dx, con Marco Impagliazzo (Comunità Sant’Egidio), alcuni dei 95 profughi arrivati in Italia, il 1° luglio, con i corridoi umanitari provenienti dai campi di detenzione in Libia, grazie all’accoglienza da parte di Comunità di Sant’Egidio, Chiese protestanti e Unhcr

Ius. Parola brevissima, formata di tre soli caratteri, eppure capace di dare speranza, futuro, stabilità, integrazione… così come di mettere contro le forze politiche. Ius, diritto. Di questi tempi la si usa soprattutto in riferimento ai figli degli immigrati e alla possibilità di riconoscere loro la cittadinanza italiana. Ma a quale titolo? Finora l’unica strada per ottenerla era quella dello “ius sanguinis”, ossia che almeno uno dei genitori fosse cittadino italiano.

E per tutti gli altri, per tutto quel mondo di immigrati che vive qui da anni, che si è perfettamente integrato, che ha messo al mondo bambini, che parla i dialetti come e meglio di noi? Per questi la cittadinanza italiana è possibile inoltrando domanda dopo dieci anni di permanenza continuativa dei genitori nel nostro Paese, mentre per i loro figli, il diritto subentra al compimento del diciottesimo anno. Sappiamo però che l’esito della copre spesso tempi burocratici molto lunghi, complicando enormemente le cose.

Per ovviare a tanta lentezza, qualcuno ha proposto lo “ius soli”, ossia che tu puoi diventare cittadino italiano per il fatto che sei nato in Italia. Ma anche qui i problemi non erano e non sono di poco conto. Pensate al caso di genitori, che avendo la patria potestà ma non la cittadinanza italiana, decidono di andarsene dall’Italia o di applicare usi e costumi dei loro Paesi di origine, contrari al nostro ordinamento costituzionale: chi sarà in grado di tutelare i diritti dei ragazzi, diventati cittadini italiani ma non ancora maggiorenni e quindi autonomi?

L’ultima proposta, che potrebbe risultare il coniglio dal cilindro, viene dallo “ius scholae”. La proposta di legge che verrà presentata nei prossimi giorni alla Camera dei Deputati prevede che possa acquisire la cittadinanza italiana il minore straniero che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il dodicesimo anno di età e che abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli di istruzione o percorsi di formazione triennale o quadriennale, idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Inoltre, perché scatti l’effettiva cittadinanza italiana, i genitori dei minori stranieri dovranno sottoscrivere una “dichiarazione di volontà”, in cui esprimono parere positivo, prima che i loro figli diventino maggiorenni.

Certamente un simile testo di legge, che non vuol essere esaustivo e finale, servirà da punto di partenza per un dibattito che avrà bisogno di tanto buon senso e soprattutto non avrà bisogno a priori delle contrapposizioni ideologiche dei partiti. Tra le ombre, se mai possano essere apportati dei miglioramenti, ne vedrei almeno due. Una richiesta legata soprattutto al percorso scolastico degli aspiranti cittadini italiani. Fare propria la cultura di una nazione, che ti riconosce come suo cittadino, significa possedere la padronanza della lingua ed essere entrati nella cultura che identifica il Paese.

È vero che oggi il livello culturale si è notevolmente abbassato, ma rimane comunque l’obbligo di una conoscenza essenziale della storia, geografia, delle tradizioni, costumi e dei principi religiosi del Paese che ti ospita. L’integrazione, perché sia vera e non soltanto un timbro su un foglio, non può prescindere da questo patrimonio di conoscenze. E allora possono bastare tre anni di corso professionale per fare un cittadino italiano? E visto che i ragazzi devono essere entrati in Italia prima dei dodici anni, non è logico chiedere l’obbligo della scuola media più gli anni delle superiori?

In secondo luogo, non è auspicabile che sia il ragazzo stesso a chiedere la cittadinanza, una volta raggiunti i diciotto anni? Mettiamo il caso che la famiglia non fosse d’accordo, perché non condivide gli usi e i costumi italiani, perché tarpare le ali alla libertà di un giovane? Il tema è complesso ma la soluzione non rinviabile.

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