Sete di futuro e come placarla
Attualità, Il Settimanale

Pubblicato il

4 Novembre 2022

Sete di futuro e come placarla

Monzio Compagnoni: “La nuova campagna offerte per i sacerdoti è intrisa di un profondo desiderio che ci accomuna tutti, finita la pandemia: tornare a guardare con speranza al domani”.

 

di Stefano Proietti

Un posto che è di tutti, dove ognuno è il benvenuto, dove si può crescere sentendosi una comunità. Torna anche quest’anno la campagna di sensibilizzazione alle offerte per i sacerdoti. Tornano le immagini, catturate nelle parrocchie e negli oratori d’Italia, di ragazzi e di sorrisi, di cortili e di palloni, di abbracci e strette di mano, di anziani e giovani che si ritrovano insieme intorno ad un uomo con un colletto bianco, che alla costruzione di una comunità di questo tipo ha scelto di dedicare tutta la vita. Ecco perché le comunità non possono dimenticarsi di loro. Massimo Monzio Compagnoni è il responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica.

Come si caratterizza – gli abbiamo chiesto – la campagna offerte del 2022?

“Nella forma è una campagna che nasce sulla scia di quella dello scorso anno, che era pensata per estendersi su un biennio. Nella sostanza, però, c’è una grossa differenza: quest’anno stiamo sperimentando tutti un profondissimo desiderio di ricominciare a vivere. Lo respiriamo nei corridoi dei nostri posti di lavoro come nelle aule scolastiche, sui mezzi pubblici come per le strade. Questa sete di speranza e di futuro c’è anche nelle nostre comunità, e i nostri sacerdoti si spendono quotidianamente per permetterci di placarla”.

Quale profilo di parrocchia emerge da quello che state comunicando?

“Quello che le immagini della campagna rilanciano in tv, sulle radio, sul web e sulla carta stampata è esattamente ciò che sperimentano ogni giorno quanti varcano la soglia dei nostri oratori e delle nostre parrocchie, trovando dei luoghi in cui ogni persona ha la possibilità di essere accolta per quello che è, senza doversi mascherare. In parrocchia nessuno deve vergognarsi dei propri limiti e delle proprie fragilità, e tutti possono mettere a servizio del bene comune i propri talenti. Credo che proprio questo aspetto sia quello che può affascinare di più il cuore dei giovani, almeno di quelli che non si lasciano frenare dai pregiudizi e trovano il coraggio di mettersi in gioco”.

Non c’è il rischio di idealizzare un po’ troppo la figura dei nostri sacerdoti?

“È esattamente il contrario, a mio avviso. Sui media fa notizia l’albero che cade e non la foresta che cresce: si capisce, ma non rende un buon servizio alla verità. A fronte di qualche mela marcia le cui malefatte ogni tanto rimbalzano fragorosamente in tv, sul web e sui giornali, c’è una grandissima maggioranza di uomini sereni e desiderosi di rimboccarsi le maniche insieme a chi ci sta per ricostruire un tessuto sociale che ha un enorme bisogno di fraternità e condivisione, specie dopo il biennio da cui stiamo finalmente uscendo, grazie al Cielo”.

Ma perché servono le offerte, per sostenere i sacerdoti?

“Perché i sacerdoti non fanno un mestiere; rispondono ad una chiamata. E le comunità per cui si spendono sono anch’esse chiamate ad accoglierli come un dono e a prendersi cura di loro. Tutte: quelle più ricche e quelle in contesti più difficili. Per questo le offerte deducibili, volute così dalla legge 222 del 1985, permettono a tutti di contribuire a quest’opera di perequazione. Ma ancora sono troppo pochi i cattolici che ne hanno preso consapevolezza: ecco perché, ancora una volta, ci stiamo impegnando in questa campagna per ricordarlo a tutti. I nostri sacerdoti sono affidati a noi e non dobbiamo dimenticarcene: uniti possiamo”.

Per maggiori informazioni:

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