Rendete
In cammino con la Parola
Pubblicato il Aprile 27, 2025

Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre

Commento al Vangelo di domenica 27 aprile, II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

Andrea del Verrocchio, Incredulità di Tommaso (1476-83), Firenze, Orsanmichele

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

(Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Commento

A cura di Rosalba Manes consacrata ordo virginum e biblista

 

“Pace a voi”

Nella sera del grande giorno, il “primo della settimana”, i discepoli si trovano insieme in un luogo ormai a loro tanto caro, il cenacolo, ma le porte dell’abitazione sono sprangate. Il sentimento che regna all’interno è la paura, non una paura generica, ma “la paura dei Giudei” che, avendo eliminato il Maestro, rappresentano ormai una reale minaccia anche per la loro stessa vita.

In quella dimora satura di paura – ma anche della memoria del Maestro che l’ha impregnata delle fragranze del dono – Gesù si rende presente. Entra in quel luogo in un modo insolito, inedito, “a porte chiuse”, segno che per lui lo spazio non rappresenta più un limite. Dopo la risurrezione, il Figlio di Dio ci viene presentato con una modalità di presenza nuova, un corpo che è in continuità con quello della sua esistenza terrena e della sua passione – ne porta ancora i segni! –, ma che è anche nuovo perché sfida le leggi della fisica.

Gesù, ritto in mezzo ai suoi, perché il sonno della morte è ormai stato sconfitto, li saluta augurando loro lo shalom, la pace, il godimento dei doni di Dio, la gioia che viene dalla guarigione del cuore. Il pastore ferito non è scomparso, ma è vivo e si manifesta ai suoi. Nel salutarli, offre loro anche la testimonianza delle umiliazioni subìte: le mani forate e il fianco squarciato. Queste ferite nella carne sono i segni distintivi che permettono ai discepoli il riconoscimento. Riconoscere il Signore nell’offerta totale di sé è per loro esperienza che ravviva la fede, procura gioia e scaccia la paura perché il dono di sé è la sola risposta possibile della fede alla paura.

E in quell’atmosfera di fede gioiosa il Risorto consegna ai discepoli una missione nuova con un gesto che richiama l’atto creativo del Padre: Gesù alita sui discepoli il suo Spirito. Come Dio, da esperto artigiano, aveva plasmato l’essere umano dalla terra e aveva soffiato nelle sue narici per trasmettergli la vita, ora il Risorto, figlio amato del Padre, estrae i suoi discepoli dalla polvere della paura e soffia su di loro il suo alito vitale, infondendo loro lo Spirito Santo e rendendoli dispensatori del perdono divino. Questi discepoli timorosi e impauriti sono abilitati a riversare sugli uomini e le donne di tutti i tempi la misericordia del Padre.

Ma tra i discepoli, oltre al “figlio della perdizione”, Giuda, manca all’appello anche Tommaso che, quando torna dagli altri, si mostra scettico dinanzi al racconto della visita del Risorto. Non avendolo visto con i propri occhi, non riesce a credere. Gli servono prove: la vista e il tatto sono il suo unico accesso alla verità. La settimana dopo, Gesù – che ha accolto la sfida di Tommaso – torna dai suoi e lo invita a fare le sue verifiche: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Tommaso vede ma non tocca. In quelle ferite di dolore scopre i segni dell’amore e getta la spugna: “Mio Signore e

mio Dio!”. La confessione di fede sgorga da un cuore che si scioglie dinanzi alla presenza di un Dio vivo che non si sottrae alla relazione, non condanna chi fa fatica a credere, ma gli dà appuntamento e lo aspetta. Tommaso ha visto, ma noi, discepoli di oggi, non vediamo… eppure Gesù ci proclama “beati”. Leggere la vita con la Scrittura e la Scrittura con la vita ci provoca ad abbracciare la fede attiva e a riconoscere il Risorto nell’Eucaristia, nei volti e negli eventi di ogni giorno. Ci permette di sentirci beati, cioè felici di essere gli eredi di tutti i beni divini, di essere uomini e donne che vivono del Soffio di Dio e lo immettono laddove vivono per trasfigurare questo mondo e renderlo dimora di pace, dove vivere non da nemici ma da fratelli.

 

 

 

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