Il
In cammino con la Parola
Pubblicato il Gennaio 22, 2026

Il Signore è mia luce e mia salvezza

Commento al Vangelo di domenica 25 gennaio

Dal Vangelo secondo Matteo

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. (…)

Commento

A cura di Padre Andrea Fulco

In questa Domenica della Parola di Dio, il motto «La parola di Cristo abiti tra voi» (Col 3,1) ci ricorda ancora una volta l’importanza di accogliere il Verbo che si fa carne e viene a porre la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14). La tenda dice luogo di intimità e di sacralità, richiama la tenda e la dimora di Dio. In questo orizzonte post-natalizio si fa sempre più visibile la luce che il popolo vede mentre cammina nelle tenebre. Gesù è la luce vera che viene nel mondo, lampada ai nostri passi (Salmo 66).

Gesù ci parla sempre e in diversi modi e ci richiama alla conversione, una metanoia di trasformazione e di cambiamento: «Convertitevi e credete al Vangelo, il Regno di Dio è vicino». Conversione non vuol dire tanto voltarsi indietro, ma andare in avanti: il greco indica un superamento di mentalità e di precomprensioni che ci allontanano dalla Parola e quindi da Dio. Dobbiamo superare il nostro modo di pensare per accogliere il Regno di Dio. Il convertito non è un pentito che ha timore, ma un uomo rapito dal desiderio di incontrare l’amore, al punto tale da superare se stesso. Solo chi si sforza di conformare la propria ragione a quella di Dio incontra la salvezza: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri» (Isaia). In questo contesto i primi a farne parte sono i discepoli, che sono chiamati per nome: Andrea, Simone, Giacomo e Giovanni. A Gesù non piace l’anonimato: ha bisogno di contatto fisico reale, di vedere, scegliere e chiamare.

I discepoli nominati sono chiamati prima ad andare dietro a lui e poi a gettare le reti per la pesca, per diventare pescatori di uomini. Agere sequitur esse. Prima occorre stare con il Maestro, ascoltare la sua Parola e poi metterla in pratica con l’azione e quindi con la pesca. Cosa vuol dire pescare? Non vuol dire uccidere o rubare i pesci nel mare, ma vivere la missione di ogni discepolo chiamato a seguire il Maestro. Siamo chiamati a diventare pescatori di uomini: catturatori di vivi. I discepoli sono dei catturatori di anime che, disperse nel mare, si raccolgono nella grande rete gettata dalla Chiesa. In questa rete ci sono tanti pesci: tutti abboccano se sappiamo pescare dove ci indica il Signore. In questa pesca siamo coinvolti tutti e tutti impiegati per il comune desiderio di realizzare il Regno di Dio.

L’annuncio del Regno di Dio è il messaggio principale di Gesù. Tutti i cristiani, seguaci di Cristo, sono coinvolti in questa missione così importante ed efficace e, quando si segue il Maestro, si fanno le stesse cose che ha fatto lui, anzi ancora più grandi. Solo alla fine del Vangelo si ricorda che Gesù camminava guarendo e risanando i malati. La guarigione non è un atto iniziale, ma il compimento di un cammino di fede, di ascolto e di fedeltà. Non si crede per avere dei servizi e la Chiesa non è un distributore automatico di guarigioni e di grazie, ma una compagine visibile di persone che, in Cristo, realizzano il Regno di giustizia e di pace, in cui la Parola annunciata e celebrata aderisce alla vita e ci cambia il cuore.

L’opera d’arte

Duccio di Buoninsegna, Vocazione di Pietro e Andrea (1308-11), Washington, National Gallery of Art. All’interno delle “Storie della vita pubblica di Cristo” dipinte da Duccio di Buoninsegna nella monumentale Maestà – ovvero la pala d’altare – del Duomo di Siena, la piccola tavola, qui a fianco, faceva parte della predella, a copertura dello zoccolo inferiore della cornice sul retro dell’opera, destinato alla visione del clero. Gesù, dietro il quale si erge un monte roccioso, chiama a sé Simon Pietro e Andrea, intenti a rassettare le reti in una minuscola barca, dalla prua arricciata.

Fra le onde del mare si intravvedono pesci e animali marini. Pietro risponde subito, con un cenno della mano alla chiamata del Maestro, al contrario Andrea appare più concentrato nel lavoro che sta svolgendo. Se il modello immediato di riferimento, a cui si ispira Duccio, è senza dubbio quello bizantino – evidente a partire dallo sfondo dorato – , nuova è la corrispondenza degli sguardi e dei gesti di Cristo e di Simon Pietro, così come la caratterizzazione dei volti dei due fratelli pescatori.

V.P.

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