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In punta di spillo
Pubblicato il Gennaio 23, 2026

La violenza dei giovani si cura insegnando loro a misurarsi con Dio

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

Yossef, Giuseppe, la vittima aveva 18 anni. Atif, l’assassino, 19. L’uno era cittadino italiano, figlio di genitori egiziani, l’altro era figlio di marocchini. Ma sarebbe ingiusto ricondurre il dramma, come hanno fatto alcuni media (Tv e giornali), a un problema di etnia. La violenza, come il cancro, non conosce frontiere. Arriva nell’animo e lo intossica, a prescindere dalla lingua parlata. Le cronache ci raccontano ogni giorno di episodi più o meno violenti, dentro una statistica in cui anche gli italiani fanno la loro matta figura. Quanto accaduto a La Spezia, presso l’Istituto professionale Einaudi-Chiodo, ha avuto l’effetto di un pugno nello stomaco, ma basteranno pochi giorni perché tutto sia derubricato come problema d’altri.

Purtroppo, perché la violenza non è questione di episodi ma di animo, di un sentire che lambisce tutti gli ambiti della vita sociale, a cominciare dal mondo della cultura. Una sera passavo in rassegna i film che davano su un canale specifico. Il disagio cresceva nel constatare la scuola di violenza che veniva fornita allo spettatore. Quasi un master universitario, capace di trasformare il più sprovveduto cittadino in un assassino pericoloso. Oggi è il coltello che si sta aggiudicando il primato tra gli strumenti usati dai ragazzi e dai giovani. Gli esperti ci dicono che sono due le ragioni del successo di questo tipo di arma. La prima è la facilità di reperirla e il basso costo. Chiunque può acquistarla senza limiti di anagrafe. La seconda dipende dal fatto che le armi da sparo, oltre alla difficoltà di reperirle, sono anche molto più costose e, soprattutto, il loro commercio è in gran parte gestito dalla malavita organizzata. Sul perché i giovani siano violenti, le spiegazioni si sprecano, in una società piena di maestri delle diagnosi quanto orfana di educatori capaci di incidere sulla loro formazione.

Oggi si parla di disagio sociale ed economico legato alla mancata integrazione da parte dei figli di immigrati, ma soprattutto all’uso sempre più diffuso tra i giovanissimi di alcol, droghe e psicofarmaci, con conseguenti comportamenti aggressivi. Ma su tutto va ricordata come prima causa della nuova delinquenza minorile il fattore culturale, cioè l’abbandono della parola come sorgente di relazione e soluzione dei problemi, a tutto vantaggio della logica del dominio e del possesso. Dietro, e lo vediamo anche nel caso dei femminicidi che sono diventati una vera e propria scuola del male, prevale l’idea che è la forza a risolvere le questioni problematiche, mentre l’arroganza rappresenta la vera cifra del proprio valore. Una cultura dove la percezione di quanto valgo è legata all’idea della paura che riesco ad incutere all’altro. A guardarci dentro con attenzione è il narcisismo del mio io, difronte al quale tutto diventa relativo, compreso il valore della vita degli altri. Ad una insegnante che qualche tempo fa aveva chiesto alla classe quale fosse il loro sogno, Atif, l’assassino, aveva risposto con freddezza: «Mi piacerebbe vedere che emozione si prova ad uccidere una persona». C’è una cosa di cui sono sempre più convinto. Ai giovani dobbiamo restituire Dio, perché l’inganno del felicemente pagani ci sta presentando il conto.

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