Modena.
Attualità, Chiesa, Modena
Pubblicato il Gennaio 24, 2026

Modena. Lettera alla città 2026 del vescovo Castellucci “Ricostruttori di pace”

Pubblichiamo il testo integrale del documento presentato oggi ispirato alla figura di San Francesco d'Assisi nell'VIII centenario della morte

Particolare della statua di san Francesco che orna la fontana ottagonale disegnata nel 1948 dall’ingegner Cavazzuti e realizzata accanto all’antica chiesa che, tra le prime, a Modena fu dedicata al Poverello, fu realizzata da Giuseppe Graziosi nel 1938. ph museofrancescanovirtuale.it

Questa mattina in arcivescovado a Modena, mons. Erio Castellucci ha presentato la Lettera alla città che tradizionalmente accompagna la celebrazione del patrono San Geminiamo del prossimo 31 gennaio. Il testo si ispira alla figura di San Francesco d’Assisi, nell’anno dell’VIII centenario della morte appena iniziato, e aggiunge altri motivi di riflessione sul tema della pace insieme alla lettera del Vescovo che ha aperto l’anno pastorale 2025 – 2026 per le chiese di Modena-Nonantola e di Carpi. Di seguito il testo integrale della “Lettera alla città 2026”.

Lettera alla città 2026 – Ricostruttori di pace

Nell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi

«Nacque al mondo un sole»: così Dante, nella Divina Commedia (cf. Par. XI, 50), introduce l’elogio di san Francesco d’Assisi (1181-1226). Il Poeta, all’inizio del Trecento, sembra suggerire che nel secolo precedente il mondo vagasse nelle tenebre e attendesse il sorgere del sole. Nell’epoca di Francesco, in effetti, villaggi e campagne della Penisola pativano molti mali: battaglie continue tra città vicine, lotte per il potere, ribellioni e rivolte, povertà, sperequazioni e malattie diffuse, contrasti all’interno dei gruppi sociali, conflitti sanguinosi tra le famiglie e i clan, divisioni anche dentro la Chiesa e nelle comunità cristiane.

Erano forse questioni e tormenti esclusivi del Medioevo? Pochi giorni fa, indicendo l’Anno Giubilare Francescano, Leone XIV ha affermato che san Francesco anche oggi, «in quest’epoca, segnata da tante guerre che sembrano interminabili, da divisioni interiori e sociali che creano sfiducia e paura, continua a parlare. Non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace» (Ai Ministri generali della Famiglia francescana, 7 gennaio 2026). Dunque, il problema esiste anche nel XXI secolo: e si espande su scala mondiale. L’elenco dei mali di oggi è molto simile a quelli del Duecento; semmai vanno ampliate le dimensioni e aggiornate le cifre, vanno integrate alcune nuove patologie e le ferite legate al degrado ambientale: ma il bisogno di pace, in tutti i sensi e a tutti i livelli, resta lo stesso. Pace nel cuore, pace nelle relazioni familiari e sociali, pace tra i popoli e le nazioni, pace nell’ecosistema. Il buio dei conflitti, sempre più drammatici, reclama ancora e sempre il sole della pace.

Otto secoli dopo la morte di Francesco, il suo sole continua a risplendere. Non solo attraverso le correnti spirituali generate dalla sua singolarissima esperienza – specialmente le famiglie francescane – ma anche attraverso una moltitudine di persone di diverse culture, spesso lontane dall’appartenenza cristiana. Il fascino di Assisi e del suo Santo attira tutto il mondo e accende il desiderio della pace. La tradizionale Lettera alla Città, in occasione della solennità di san Geminiano, cade quest’anno nell’ottavo centenario del “transito” di san Francesco: così ho pensato di offrire qualche pennellata sull’attualità della sua figura e del suo messaggio. Francesco e la Città, ossia la vita quotidiana delle persone, le famiglie e i gruppi, l’impegno civile ed ecclesiale, i problemi e le risorse del territorio, la politica e la passione per il bene comune, l’educazione alla pace e alla cura del creato.

Il Santo di Assisi non si sarebbe mai sognato che la sua vicenda avrebbe potuto interessare tanti mondi per tanti secoli. A seconda delle epoche e culture, è stato indicato come emblema e precursore della poesia italiana, del socialismo utopistico, dell’economia di mercato, del pacifismo, del dialogo interreligioso e dell’ecologismo. Francesco è stato certo – e lo vedremo – il primo poeta in lingua volgare, l’iniziatore della fraternità come forma di vita consacrata, un lavoratore vissuto in povertà, uno dei massimi operatori di pace, il coraggioso artefice di un dialogo con i musulmani, il cantore del creato in tutti i suoi elementi. Ma nessuna categoria, presa a sé, ne esaurisce la figura. Tutte queste dimensioni in lui prendevano origine da un’unica grande persuasione, da cui scaturì la sua vocazione: che Dio lo avesse chiamato a vivere «secondo la forma del Santo Vangelo». Il Santo più radicale della storia cristiana è anche il Santo più universale, proprio perché la sua radicalità è l’assunzione del Vangelo senza interpretazioni (sine glossa) come programma di vita: e il Vangelo è sinonimo della pace a cui tutti aspirano.

Non si comprenderebbe Francesco senza questa totale immersione in Cristo. Tra i primi segnali della sua vocazione c’è l’esperienza davanti al Crocifisso di San Damiano, da cui sente questo invito: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (2Cel X: Fonti Francescane = FF 593). E l’intera sua esistenza si è snodata nell’assimilazione a Cristo, tanto da essere poi definito nelle fonti tardive «un altro Cristo» . Il presepe “vivente” da lui messo in piedi a Greccio nel 1223 e le stimmate ricevute a La Verna l’anno seguente sono il sigillo di questa totale configurazione al suo Signore.

Tra le prime rivelazioni che Francesco ricevette c’è l’augurio di pace: «il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia la pace!”» (Test. 23: FF 121). Nella nostra epoca di grandi tensioni è sempre più evidente che la pace è possibile solo nelle forme della solidarietà, condivisione, fraternità, riconciliazione, dialogo, testimonianza e custodia. Vorrei trasmettere proprio questo messaggio attraverso alcune scene della vita di Francesco: il futuro, nonostante tutto, è possibile; e ogni persona di buona volontà, qualsiasi visione della vita abbracci, può contribuire a realizzarlo, educandosi ed educando alla pace. L’essere umano non è per natura un lupo per gli altri (homo homini lupus), ma è per natura un amico (homo homini amicus), le cui relazioni sono sempre insidiate dall’egoismo, ma possono essere allenate al dono.

L’incontro con i fratelli lebbrosi: la via della solidarietà

Il testamento dettato da Francesco nelle ultime settimane della sua esistenza terrena inizia con i lebbrosi:

Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e feci con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo (Test. 1-3: FF 110).

Francesco, prossimo alla morte, riassume due decenni e più della sua vita in poche dense righe. Dalle altre fonti possiamo supporre che i “peccati” della sua condizione precedente fossero quelli tipici della vita di un giovane cavaliere dell’epoca, galante e di ricca famiglia, coinvolto sia nelle battaglie armate che nelle feste di paese. Ferito e imprigionato, attorno ai 25 anni visse mesi di travaglio interiore. Fino al momento in cui incontrò i lebbrosi. Questo episodio, ritenuto decisivo da Francesco – al punto da sceglierlo tra i tanti che ne avevano accompagnato la conversione – è stato ampliato e illustrato dai biografi in tanti modi. Ma il Testamento si limita a poche parole: feci misericordiam cum illis. È l’eco della parabola evangelica del Buon Samaritano, “colui che ebbe misericordia” del ferito: cf. Lc 10,37). Francesco usa la particella “con” (cum illis) e non “verso” (ad illos): il suo metodo è la solidarietà. Alla lebbra, malattia che già di per sé provocava repulsione, si legavano diversi pregiudizi: che fosse causata dai peccati, che si trasmettesse per contagio, che attirasse maledizioni; per questo i lebbrosi erano segregati, fin dai tempi antichi. Già porgere loro da mangiare a distanza era un gesto non dovuto, buono e misericordioso. Il giovane cavaliere «fece con essi misericordia», cioè compì qualche azione solidale. E riconobbe che non trovò la forza dentro di sé, ma nella grazia di Dio: «il Signore stesso mi condusse tra loro». Solo la potenza divina, sembra dire Francesco, permette il passaggio dall’amarezza del pregiudizio alla dolcezza della condivisione.

Fino a che punto sia arrivata questa prossimità con gli ultimi lo dimostra non solo il linguaggio che di lì in avanti Francesco utilizzerà per designare i lebbrosi, «i fratelli cristiani», ma soprattutto un episodio impressionante narrato due volte nelle fonti, da testimoni oculari. Capitò che una volta il Santo criticò apertamente un frate che portava in chiesa un lebbroso. Pentitosi, e ritenendo di avere con ciò offeso il lebbroso, andò a confessare la sua colpa a Pietro Cattani, ministro generale in carica, e da lui pretese (era pur sempre il fondatore!) questa penitenza: «mangiare nello stesso piatto con il fratello cristiano». E gli venne accordato.

Francesco sedette a mensa con il lebbroso e gli altri frati, e fu posta una scodella tra loro due. Ora, il lebbroso era tutto una piaga; le dita con le quali prendeva il cibo erano contratte e sanguinolente, così che ogni volta che le immergeva nella scodella, vi colava dentro il sangue (Legg. Per. 22: FF 1569; cf. anche FF 1748).

In un’epoca, la nostra, nella quale la “globalizzazione dell’indifferenza” sembra prendere il sopravvento sulla cura per il prossimo, e la solidarietà e la misericordia sono talvolta ridicolizzate e perfino colpevolizzate, il metodo di san Francesco è una vera e propria sfida. Il Papa che ne ha assunto il nome, e si è lasciato ispirare da lui, ne parlava in questi termini: «dappertutto seminò pace e camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi» (Enc. Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, n. 2). Di fronte allo sfoggio arrogante di potere e ricchezza, che ora sembra di moda anche nello scenario geopolitico, tutti coloro – grazie a Dio sono tanti – che tengono i piedi per terra e hanno a cuore il futuro dell’umanità, prendono sul serio il metodo di Francesco: condividere, farsi prossimi, toccare le ferite, sentire come propria la situazione di chi è stato messo ai margini.

La chiamata alla povertà: la via della condivisione

Il racconto della rinuncia a tutti i beni, vestiti compresi, è un tratto della vita del Santo di Assisi riportato diverse volte nelle fonti. La versione più famosa è questa:

Dietro consiglio del vescovo della città, uomo molto pio che non riteneva giusto utilizzare per usi sacri denaro di male acquisto, l’uomo di Dio restituì al padre la somma che voleva spendere per il restauro della chiesa. E davanti a molti che si erano lì riuniti e in ascolto esclamò: «D’ora in poi potrò dire liberamente: Padre nostro, che sei nei cieli, non padre Pietro di Bernardone. Ecco, non solo gli restituisco il denaro, ma gli rendo pure tutte le vesti» (2Cel VII,12: FF 597).

Questa totale spogliazione fu il simbolo della scelta di povertà radicale, all’origine della tradizione delle nozze di Francesco con “madonna Povertà”, che tanta parte avrà nelle fonti e verrà consacrata da Dante nell’XI del Paradiso. Scrive ancora il primo biografo:

E poiché osservava che la povertà, mentre era stata intima del Figlio di Dio, veniva pressoché rifiutata da tutto il mondo, bramò di sposarla con amore eterno. Perciò, innamorato della sua bellezza, per aderire più fortemente alla sposa ed essere due in un solo spirito, non solo lasciò padre e madre, ma si distaccò da tutto (2Cel XXV,55: FF 641).

Quando, dopo alcuni anni, la scelta di povertà si coniugherà con quella della fraternità allora gli diventerà chiaro che la rinuncia a tutti i beni non è che il primo passaggio per vivere secondo «la forma del Santo Vangelo»; il passaggio successivo è quello della condivisione dei beni, specialmente attraverso il lavoro ed eventualmente attraverso l’elemosina (da chiedere e da elargire). Francesco si sente chiamato a spogliarsi di tutto, non per vivere isolato dal mondo, ma per rivestire i poveri: non povero per sentirsi bene con se stesso, ma povero con i poveri e povero per i poveri.

Uno dei passi evangelici che lo aveva colpito, ed è citato all’inizio della Regola non bollata (cf. FF 4), era quello nel quale Gesù aveva detto al giovane ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’ e vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni e seguimi» (Mt 19,21). Francesco aveva subito compreso che doveva lasciare tutto e seguire Cristo povero, ma non aveva ancora capito come condividere i beni con i poveri. L’arrivo dei primi compagni, attorno al 1208, avvierà un processo di condivisione tra loro e con gli ultimi, anche attraverso la pratica del lavoro manuale, che porterà il francescanesimo ad ispirare nei secoli successivi una nuova forma di economia, chiamata poi “civile”, “fraterna”, o “di comunione”.

Infatti la coniugazione tra povertà, lavoro ed elemosina, nella Regola non bollata (1221), che esprime la diretta volontà del fondatore, è molto chiara:

I frati che sanno lavorare, lavorino ed esercitino quella stessa arte lavorativa che già conoscono, se non sarà contraria alla salute dell’anima e potrà essere esercitata onestamente (…). E in cambio
del lavoro possano ricevere tutte le cose necessarie, eccetto il denaro. E quando sarà necessario, vadano per l’elemosina come gli altri poveri. E sia loro lecito avere gli arnesi e gli strumenti necessari ai loro mestieri (VII,3.7-9: FF 24-25).

La vocazione alla povertà, per Francesco, apre al lavoro manuale (da lui stesso praticato, subito dopo la conversione, per ricostruire la chiesetta di San Damiano) e, solo quanto necessario, all’elemosina. Egli colloca dunque il significato della povertà nella condivisione, sia quando si esprime nel lavoro, sia quando sfocia nella richiesta di elemosina. Il lavoro onesto fa crescere la collettività e fa circolare i beni: lo scambio commerciale è ammesso da Francesco, pur senza la mediazione del denaro; e quando non c’è possibilità di lavoro, e dunque di commercio, l’elemosina è ammessa sempre come atto di solidarietà con gli indigenti: «vadano per l’elemosina come gli altri poveri».

Già il monachesimo, nel primo millennio, aveva valorizzato il lavoro come fonte onesta di sostentamento e aveva ammesso il possesso dei beni per la comunità, non per i singoli. Ma Francesco interpreta la povertà e il lavoro in un senso più radicale, facendone in qualche modo il perno della regola di vita francescana. Nella tradizione monastica la virtù principe era l’obbedienza, frutto dell’umiltà, e il vizio più temuto era dunque la superbia; a chi entrava in monastero, spesso proveniente dal ceto nobile e abbiente, non era chiesto tanto il sacrificio di spogliarsi delle ricchezze, che venivano conservate appunto in forma collettiva dal monastero, quanto di spogliarsi del potere. Dall’inizio del secondo millennio, con la nascita dei Comuni e l’aumento consistente della popolazione nelle città, era sorta un’attività commerciale cittadina molto intensa e cominciò a diffondersi il credito. L’avidità, simboleggiata dal prestito ad usura, diventò un pericolo sempre più concreto.

Francesco, figlio di un ricco mercante, respira quest’aria di bramosia e avarizia, e negli anni della sua giovinezza ne sperimenta i rischi; la conversione, dunque, comporta la rinuncia ai beni e al denaro non perché siano “sporchi” – lui non cadrà nella demonizzazione delle cose materiali, come i movimenti spiritualisti – ma perché sente nella sua carne la tentazione della cupiditas. Per questo la tradizione francescana individuerà il vizio peggiore nell’avarizia. Non è tanto il possedere dei beni, quanto la loro mancata condivisione, ad allontanare dal Vangelo. Con Pietro di Giovanni Olivi (+ 1298) e più tardi Bernardino da Siena (+ 1444), i francescani si opporranno all’usura senza demonizzare il mercato, ma anzi favorendo la circolazione delle merci e del denaro.

I Monti di Pietà, a partire dal Quattrocento, sorgeranno proprio dai francescani come istituzioni di microprestito in contrasto con l’usura, permettendo anche ai cittadini meno abbienti di dare inizio a qualche attività commerciale. In questo modo, accanto all’attività strettamente economica, viene abbozzata un’attività finanziaria per favorire gli investimenti commerciali. Una finanza strettamente legata all’economia e finalizzata ad essa.

La vocazione di Francesco ha condotto su strade impensate, mostrando l’attualità di questa intuizione: i beni non sono da disprezzare in sé, anzi sono doni di Dio, purché vengano condivisi: prima di tutto attraverso il lavoro che li fa circolare e permette ai singoli di esprimere le loro doti, vivendo degnamente, e alla società di crescere scambiando ricchezze materiali, culturali, spirituali; ma condivisi, dove necessario, anche attraverso l’elemosina, che deve essere spogliata da quel senso “paternalistico” di cui spesso è rivestita e dare origine – come avviene in tanti ambiti – ad interventi che riscattano la situazione dei poveri e degli ultimi e li mettono in grado, quando possibile, di uscire essi stessi dalla loro condizione svantaggiata.

L’inizio della vita comune: la via della fraternità

E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. E io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor papa me la confermò (Test. 14-15: FF 116).

Fa impressione pensare che Francesco detti queste parole pochi anni dopo che aveva rinunciato – o piuttosto era stato convinto a rinunciare – alla guida dell’Ordine. Sono dunque frasi di un uomo gravemente ferito dai contrasti, dalle incomprensioni e dall’ingratitudine. I frati si contavano ormai a migliaia: il “Capitolo delle stuoie”, nella primavera del 1221, ne aveva raccolti cinquemila (cf. Fior. XVIII: FF 1848).  nell’Ordine erano entrati molti nobili, sacerdoti e dotti di varie Università d’Europa, e Francesco, che si era ripetutamente definito simplex et idiota (semplice e illetterato), non si sentiva e non era considerato più in grado di esserne la guida. Il famoso apologo della Vera e perfetta letizia riecheggia, con puntuali allusioni, la dolorosa esperienza di questa emarginazione:

Un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: «Frate Leone, scrivi». Questi rispose: «Ecco, sono pronto». «Scrivi – disse – quale è la vera letizia». «Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine; scrivi: non è vera letizia. Così pure che lo sono tutti i prelati d’oltralpe, arcivescovi e vescovi, e anche il re di Francia e il re d’lnghilterra; scrivi: non è vera letizia. Ancora, che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, e inoltre che io ho ricevuto da Dio tanta grazia che risano gli infermi e faccio molti miracoli; io ti dico: in tutte queste cose non è vera letizia». «Ma quale è la vera letizia?». «Ecco, io torno da Perugia e a notte fonda arrivo qui, ed è tempo d’inverno fangoso e così freddo che all’estremità della tonaca si formano dei dondoli d’acqua fredda congelata, che mi percuotono continuamente le gambe, e da quelle ferite esce il sangue. E io tutto nel fango e nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo che ho picchiato e chiamato a lungo, viene un frate e chiede: ‘‘Chi è?’’. Io rispondo: ‘‘Frate Francesco’’. E quegli dice: ‘‘Vattene, non è ora decente questa di andare in giro; non entrerai’’. E poiché ́ io insisto ancora, l’altro risponde: ‘‘Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te’’. E io resto ancora davanti alla porta e dico: ‘‘Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte’’. E quegli risponde: ‘‘Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Io ti dico che, se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questo è vera letizia e vera virtù e la salvezza dell’anima» (FF  278; Cf. anche la splendida e più articolata volgarizzazione dell’apologo in Fior. VIII: FF 1836).

Francesco non aveva inizialmente pensato ad una vita fraterna. Nei primi anni dopo la sua conversione restò da solo, si mise in ascolto e visse nell’incertezza: non riusciva ad imboccare un sentiero che avvertisse adatto alla propria chiamata. L’iniziativa venne di nuovo dall’alto: e l’Altissimo gli “rivelò” che la sua strada non era quella suggeritagli da alcuni ecclesiastici, cioè la forma monastica o quella canonicale, che si ispiravano alla prima comunità cristiana, dove «nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32); era invece una forma che prendeva ispirazione dal gruppo dei discepoli chiamati da Gesù a lasciare tutto e seguirlo. Questa è «la forma del santo Vangelo», che Francesco individua come vocazione solo dopo che lo raggiungono i primi compagni. La sua è dunque una chiamata progressiva, non un colpo di fulmine. E la fraternità non è affatto programmata, ma è da lui accolta come un dono.

La novità di Francesco, rispetto alle precedenti forme di vita consacrata, sta tutta nel nome di chi entra in questa strana compagnia: fratres. Rispetto alla grande tradizione monastica, che aveva privilegiato la relazione verticale con l’abate (da abbà, padre) o, nel caso dei canonici, con il superiore, priore o vescovo, quella francescana privilegia la relazione orizzontale, la fraternitas appunto. Il responsabile è il “ministro” (da minus, meno) e i frati sono i “minori” (da minor, più piccolo).

Francesco sa di utilizzare una parola preziosa per tutta la tradizione cristiana che, a partire da Gesù – «voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8) – introduce nelle prime comunità un legame di fraternità e sororità che supera le diversità sociali, etniche e religiose, per cui giudei e greci, schiavi e cittadini, donne e uomini, che nella vita sociale si collocano su livelli differenti e sono misurati sul metro del superiore/inferiore, nella comunità si possono tra loro chiamare fratelli e sorelle (cf. Galati 3,27-28; Filem). Purtroppo, come dimostra anche la vicenda dell’autoemarginazione ed emarginazione di san Francesco, spesso le nostre strutture, anche ecclesiali, non sono in grado di custodire la fraternità e la sororità, e diventano esperienze selettive, che finiscono per escludere chi non si sente o non è considerato “all’altezza”. Questo non significa che tutti debbano o possano “fare” tutto, ma che ciascuno deve e può trovare il proprio posto nella comunità, evitando le discriminazioni.

La fraternità dunque non è facile, né spontanea. E ben presto anche Francesco, prima ancora della sua destituzione, si rende conto che i fratres si lasciano prendere, come tutti, da invidie e gelosie, maldicenze e divisioni. Per questo scrive:

Beato il servo che è capace di amare e temere il suo fratello quando è lontano da lui, allo stesso modo di quando si trova insieme con lui, e non direbbe di lui dietro le sue spalle cosa alcuna, che non possa dire con carità in sua presenza (Amm. XXV: FF 175).

Il chiacchiericcio malevolo e infondato, il parlare “dietro le spalle”, provocava l’ira di Francesco, perché era per lui quanto di più lontano c’è dalla fraternitas. E aveva escogitato una punizione esemplare, che non si armonizza certo con l’immagine liofilizzata ed ingenua della santità che talvolta gli si attribuisce:

Fra tutti gli altri viziosi, aborriva con vero orrore i detrattori e diceva che portano sotto la lingua il veleno (cf. Giac 3,8), con il quale intaccano il prossimo. Perciò evitava i maldicenti e le pulci mordaci, quando li sentiva parlare, e rivolgeva altrove l’orecchio, come abbiamo visto noi stessi, perché non si macchiasse con le loro chiacchiere. Un giorno udì un frate che denigrava il buon nome di un altro e, rivoltosi al suo vicario frate Pietro Cattani, proferì queste terribili parole: «Incombono gravi pericoli all’Ordine, se non si rimedia ai detrattori. Ben presto il soavissimo odore di molti si cambierà in puzzo disgustoso (cf. Lv 1,9-13; Es 5,21; Is 3,24) se non si chiudono le bocche di questi fetidi. Coraggio, muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l’accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo!» (chiamava pugile fra Giovanni di Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza. «Voglio – diceva ancora – che con la massima diligenza abbia cura, tu e tutti i ministri, che non si diffonda maggiormente questo morbo pestifero» (2Cel 138: FF 769).

Non solo i conventi e le comunità religiose, ma anche quelle civili e politiche, se adottassero questo sistema si riempirebbero di convalescenti. Però un piccolo “pugile di Firenze” sarebbe utile dentro ad ogni comunità; che usasse però come pugni le parole, per richiamare le regole di un confronto aperto e sincero. Tante volte papa Francesco ha denunciato la maldicenza, come prassi contraria alla fraternità: «il chiacchiericcio è una peste per la vita delle persone e delle comunità, perché porta divisione, porta sofferenza, porta scandalo, e mai aiuta a migliorare, mai aiuta a crescere» (Angelus del 10 settembre 2023). Sincerità nel rispetto reciproco, trasparenza nel dialogo, chiarezza di posizioni nel confronto aperto e nella critica costruttiva: questi sono gli ingredienti di una fraternità e sororità sana. Ogni parola e azione “dietro le spalle” avvelena la comunità, che sia familiare o politica, professionale o ecclesiale, nazionale o internazionale.

Una parola va qui riservata alle “Sorelle povere” (cf. FF 2750; 2838; 2855), esperienza avviata da Chiara, che attorno al 1211 ricevette l’abito religioso dalle mani di Francesco. Chiara non esisterebbe senza Francesco, e all’inizio lei e le sorelle parteciparono alla fraternità francescana della Porziuncola, fino a quando si trasferirono a San Damiano. Ma Francesco, senza Chiara, non sarebbe stato “custodito” dopo la sua morte; il quarantennio di guida delle Sorelle povere, nel monastero di San Damiano – Chiara restò “madre” dell’Ordine fino al giorno della morte, l’11 agosto 1253 – fu un punto di riferimento anche per l’Ordine maschile, scosso da tante tensioni e polemiche, fin dagli ultimi anni della vita del fondatore e ancora più dopo la sua morte. Chiara fu viva testimone e custode del carisma originario del Santo.

L’educazione dei lupi: la via della riconciliazione

Un anonimo autore riferisce che il Santo, verso la fine della sua vita, viaggiava sul dorso di un asinello, essendo così indebolito da non potere più andare a piedi. Una sera, cavalcando l’asinello, poco lontano da Gubbio, venne invitato da alcuni contadini a fermarsi e non restare da solo, a causa di “lupi famelici” che si aggiravano nella zona e che avrebbero sicuramente divorato il suo asinello e ferito anche lui. La risposta del Santo fu: «non ho mai fatto nulla di male al fratello lupo, perché ardisca divorare il nostro fratello asino» (Pass. di San Verecondo, 3: FF 2251).

Certamente la delicatezza di Francesco nei confronti del creato – animali e piante – ha potuto spingersi a risposte come questa, che esprimevano il suo animo teso all’armonia e alla pace universale, a partire dal rispetto verso ogni creatura. È probabile che sia da un episodio o un detto come questo che è nato, per estensione, la popolarissima leggenda del lupo di Gubbio (cf. Fioretti XXI: FF 1852). Per quanto non si possa del tutto negare l’eco di un reale incontro di Francesco con un lupo a quattro zampe – evento non del tutto raro nelle campagne umbre a quel tempo – è più persuasiva la tesi della natura umana di questo lupo, probabilmente un brigante che infastidiva e impauriva gli abitanti di Gubbio.

Al di là della natura di questo lupo, è importante quello che segue: Francesco infligge una lunga predica (che è pur sempre una punizione) a “frate lupo”, promettendogli alla fine che la popolazione lo avrebbe mantenuto dandogli ogni giorno il cibo, «imperò che io so bene che tu per la fame hai fatto ogni male». L’accordo viene sancito: frate Francesco e frate lupo si danno rispettivamente la mano e la zampa ed entrano insieme nella città, tra la meraviglia della gente, perché il lupo cammina «a modo d’uno agnello mansueto». Ottenuta da Francesco la promessa degli eugubini di nutrire l’animale e la promessa del lupo – ovviamente inginocchiato e con il capo chino – di desistere dal male, la città visse per due anni serenamente, tanto che il lupo, addomesticato, frequentava le case. Poi il lupo morì di vecchiaia e gli abitanti di Gubbio gli si erano così tanto affezionati che «molto si dolsono».

È stupefacente che Francesco imponga al lupo e agli eugubini di convivere: la soluzione più logica sarebbe stata di separarli, ognuno per la propria strada. Invece il Santo vuole la riconciliazione nella forma della “amicizia sociale”. Non la pace della divisione, ma la pace della convivenza pacifica. Non sappiamo, dunque, se quel lupo avesse quattro zampe o, come è probabile, ne avesse due: sappiamo però che Francesco e i suoi compagni incontrano più volte i briganti; qualche volta uscendone bastonati, altre volte invece riuscendo ad ammansirli e farseli amici. Sono molte le testimonianze scritte. Una per tutte:

In un eremo di frati, posto sopra Borgo San Sepolcro, venivano ogni tanto dei briganti a chiedere pane. Costoro stavano nascosti nelle selve e depredavano i passanti. Alcuni frati sostenevano che non era bene dar loro l’elemosina; altri, al contrario, la davano per compassione, esortandoli a penitenza. Frattanto il beato Francesco venne in quel luogo e i frati lo interrogarono se fosse bene fare l’elemosina ai briganti. E disse loro il beato Francesco: «Se farete come vi dirò, confido nel Signore che guadagnerete le loro anime. Andate dunque, acquistate del buon pane e del buon vino, portateglieli nei boschi dove stanno, e chiamateli: ‘‘Fratelli briganti, venite da noi: siamo i frati e vi portiamo buon pane e buon vino!’’. Essi verranno subito. Voi allora stenderete per terra una tovaglia, vi disporrete sopra il pane e il vino e li servirete con umiltà e allegria, finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, parlate loro le parole del Signore, e infine fate loro questa prima richiesta per amor di Dio: che vi promettano di non percuotere né danneggiare alcuno nella persona» (…). I frati eseguirono ogni cosa secondo le indicazioni del beato Francesco. E i briganti, per la grazia e misericordia di Dio, ascoltarono ed eseguirono alla lettera, punto per punto, quanto i frati avevano loro umilmente richiesto. Anzi, per l’umiltà e familiarità dei frati verso di loro, cominciarono a loro volta a servirli umilmente, portando sulle loro spalle la legna fino al romitorio (Specchio di perfezione 66: FF 1759).

Questi fioretti fanno sorridere e sembrano favole; in parte certamente sono leggendari. Ma non si può negare che Francesco abbia cercato di introdurre nelle relazioni umane una linfa nuova, in grado di cancellare la categoria di “nemico” e sostituirla con quella di “fratello” (frate lupo, fratelli briganti). Che cosa è più realistico: provare a tendere la mano all’avversario, cercare l’accordo e la riconciliazione, offrire la possibilità di riscatto, oppure sfoderare la spada, cercare l’annientamento del nemico, respingere ogni tentativo di mediazione? Ingenuo sicuramente Francesco e ingenui i suoi frati; ma più ingenuo, allora come oggi, chi pensa di raggiungere la pace con le minacce, le armi e la distruzione.

La difesa dei deboli è un dovere per chiunque, purché sia proporzionata e tesa a disarmare l’aggressore; ma oggi sotto il manto della “legittima difesa” vengono coperti, nel mondo, prepotenze, sopraffazioni e abusi che devono provocare indignazione in chiunque abbia una coscienza. Il primo servizio che possiamo svolgere verso i più piccoli, al di là delle nostre convinzioni politiche o religiose, è di educarli alla pace «disarmata e disarmante» (Leone XIV), a respingere la logica della giungla e cercare tenacemente l’incontro.

La visita al Sultano: la via del dialogo e della testimonianza

Il medesimo stile esercitato nei rapporti con il lebbroso, Francesco lo estende alla relazione con “gli infedeli”, i saraceni. Un noto passo della Regola non bollata recita:

Dice il Signore: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe” (Mt 10,16). Perciò tutti quei frati che per divina ispirazione vorranno andare tra i saraceni e altri infedeli, vadano con il permesso del loro ministro e servo (…). I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana (sint subditi omnibus) per amore di Dio (cf. 1Pt 2,13) e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché se uno non sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio (cf: Gv 3,5) (cf. XVI,5-7: FF 1417-1418).

Francesco imposta qui una vera e propria strategia missionaria in due momenti, uno iniziale, da attuare sempre, e l’altro successivo, quando e se si creano le condizioni. Nel primo momento i frati devono vivere tra gli infedeli uno stile di sottomissione; nel secondo momento, valutando le condizioni, possono annunciare esplicitamente la fede cristiana. La richiesta dell’universale sudditanza può apparire strana; ma è la semplice declinazione della postura “minoritaria” dei frati, che Francesco dichiara più volte per se stesso e per i frati, e che rispecchia il passo del Vangelo in cui Luca informa che Gesù, dopo il suo ritrovamento nel tempio, stava “sottomesso” ai genitori (Vulg: erat subditus illis: cf. 2,51).

Questo passo, che poi scomparirà dalla Regola bollata del 1223, si comprende bene dopo l’esperienza che Francesco aveva vissuto di persona andando a Damietta alla corte del Sultano e ne rappresenta un’importante eco. Alla fine dell’estate del 1219, insieme a frate Illuminato, il Santo si era infatti recato dal Sultano, al seguito della quinta crociata. Come agnello nella tana del lupo – così nell’immaginario, ma probabilmente anche nella realtà, data l’intolleranza reciproca tra cristiani e musulmani dell’epoca – egli cercò a tutti i costi e ottenne l’incontro con il capo dei saraceni, Al-Malik Al-Kamil.

Il motivo del viaggio di Francesco è controverso. Certamente il suo intento fondamentale era di annunciare il Vangelo alla guida dell’esercito musulmano e convertire a Cristo lui e gli “infedeli” a lui soggetti; e per quanto non manchino, nelle otto fonti antiche che lo descrivono, altre ragioni per questo incontro – il desiderio del martirio, l’intenzione di recarsi al Santo Sepolcro, lo scopo di trattare la pace tra crociati e musulmani e il dovere della fraternità – il più fondato è quello della conversione del Sultano. Ciò non toglie che il metodo seguito da Francesco – la ricerca non dello scontro ma dell’incontro – costituisca un paradigma innovativo per quei tempi. Ed è un incontro che ha ridestato, negli ultimi tempi, un interesse enorme, alla luce degli sviluppi delle relazioni tra cristiani e musulmani.

Al di là delle amplificazioni agiografiche, è possibile ricostruire in realtà solo qualche tratto storico, senza poterne conoscere né la durata né il contenuto. I punti su cui molti studiosi concordano, leggendo criticamente le fonti, sono: il desiderio dell’incontro con il Sultano da parte di Francesco; l’effettiva realizzazione di questo incontro a Damietta, nell’autunno 1219; le perplessità del legato pontificio presente nella città, il quale evidenzia che non è lui a mandare i due frati dal Sultano; l’umanità e clemenza, forse inattese da parte dei frati, esercitate verso di loro dal capo saraceno, che li accoglie come “uomini di Dio” e saggi (sufi), ascolta Francesco che predica Cristo e infine li rimanda sani e salvi; ma, diversamente da quanto essi speravano, senza aderire alla fede cristiana.

La testimonianza più importante tra tutte è quella del vescovo di Acri, Giacomo da Vitry, che accompagnò i crociati durante l’assedio, la conquista e la perdita di Damietta, e che nel 1220 scrisse una lettera a papa Onorio III, informandolo tra l’altro di avere incontrato alcuni frati:

Il loro maestro, che fondò questo Ordine si chiama frate Francesco: un uomo talmente amabile che è da tutti venerato; venuto presso il nostro esercito, acceso dallo zelo della fede, non ebbe timore di portarsi in mezzo all’esercito dei nostri nemici e per alcuni giorni predicò ai saraceni la parola di Dio, ma con poco profitto. Tuttavia il sultano, re dell’Egitto, lo pregò, in segreto, di supplicare per lui il Signore perché, dietro divina ispirazione, potesse aderire a quella religione che più piacesse a Dio (FF 2212).

Nel passaggio missionario della Regola non bollata, dunque, Francesco fa tesoro della sua esperienza con il Sultano: in quell’incontro gli aveva annunciato esplicitamente Cristo e, pur non ottenendo l’effetto sperato della conversione, era stato premiato con l’ascolto, la stima e la mansuetudine del capo musulmano. Francesco è stato uomo di pace anche tra le fila degli avversari, incarnando di fatto un modo diverso di rapportarsi con l’islam: invece di accodarsi alla violenza delle crociate scommette sulla beatitudine della mitezza, senza venir meno alla missione dell’annuncio del Vangelo. E il Sultano ricambia con la stessa mitezza: anziché punire con la morte quel frate che voleva indurlo all’apostasia, riconosce in lui un saggio che testimonia la sua fede con sincerità.

Quell’incontro che sul momento, secondo Giacomo da Vitry, ha sortito «poco profitto», ha in realtà avviato la vera e propria missione francescana, non solo in Terra Santa – dove da allora i frati sono stabilmente presenti come Custodi – ma in tutto il mondo. Fin dall’inizio, dal momento in cui i frati divennero otto, e poterono dunque essere inviati da Francesco a due a due verso i quattro punti cardinali, la fraternità si dimostrò “estroversa”: tanto che meno di vent’anni dopo la morte del Santo i frati erano presenti in tutta Europa e fino all’Oriente estremo. Ogni conflitto tra “nemici”, se gestito bene, con quella mitezza che non cancella le diversità ma permette di confrontarle serenamente, può lasciare sul campo degli amici, anziché delle vittime.

Il Cantico di Frate Sole: la via della custodia del creato

Francesco coglie per primo il legame tra tutti gli esseri a partire dalla fede non solo nell’unico Creatore, ma anche nell’unico Padre: tutto il creato per lui origina da questa paternità e tutte le creature – e non solo quelle animate e senzienti – sono legate dalla figliolanza e dalla fraternità/sororità. “Frate” per lui non è solo il compagno che condivide la vita religiosa, non è solo il lupo o l’asino; è anche il sole, il vento, il fuoco. “Sora” per lui non è solo Chiara, ma è anche l’acqua, la terra, la luna. La rete fraterna intessuta da San Francesco identifica già, con singolare profezia, quegli elementi del creato che oggi vengono valorizzati come fonti di energia pulita: sole, aria, acqua, vento, terra.

Riconosciuto come il testo poetico che dà avvio alla letteratura italiana in lingua volgare, il Cantico di Frate Sole, o Cantico delle creature, fu composto da Francesco a san Damiano nella primavera del 1225:

Altissimu, onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione. Ad Te solo, Altissimo, se konfane, et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole, lo quale è iorno et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle: in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore et sostengo infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate” (FF 263).

Se non conoscessimo le circostanze nelle quali si trovava Francesco un anno e mezzo prima della morte, potremmo pensare che questa stupenda preghiera sia scaturita dal cuore di una persona felice e serena, contemplando una natura rigogliosa, in un momento di grande gioia. La realtà è totalmente diversa. Nella primavera del 1225:

Il beato Francesco soggiornò a San Damiano per cinquanta giorni e più. Non essendo in grado di sopportare di giorno la luce naturale, né durante la notte il chiarore del fuoco, stava sempre nell’oscurità in casa e nella cella. Non solo, ma soffriva notte e giorno così atroce dolore agli occhi, che quasi non poteva riposare e dormire, e ciò accresceva e peggiorava queste e le altre sue infermità. Come non bastasse, se talora voleva riposare e dormire, la casa e la celletta dove giaceva erano talmente infestate dai topi, che saltellavano e correvano intorno e sopra di lui, che gli riusciva impossibile prender sonno; e tanto più lo disturbavano durante l’orazione. E non solo di notte, ma lo tormentavano anche di giorno; perfino quando mangiava gli salivano sulla tavola. Sia lui che i compagni pensavano che questa fosse una tentazione del diavolo: e lo era di fatto (Comp. di Assisi, 83: FF 1614).

In quella condizione, dopo una notte tribolata nella quale il Santo chiese insistentemente al Signore di dargli un aiuto, all’alba dettò il Cantico. È umanamente impossibile cantare una lode così alta in mezzo a tanta sofferenza. E Francesco infatti fa appello all’Altissimo, non certo alle proprie forze; richiama le Scritture, non le proprie parole. Nel Cantico egli riprende infatti il linguaggio dei Salmi di lode cosmica: “Ti lodino, Signore, tutte le tue opere” (Sal 144,10); “benedite il Signore, voi tutte opere sue” (Sal 103,22); “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli (…). Lodatelo, sole e luna, lodatelo, voi tutte, fulgide stelle. Lodatelo, cieli dei cieli, voi, acque al di sopra dei cieli” (Sal 148,1-4). Nessuna assimilazione, in Francesco, tra le creature e il Creatore; nessuna sacralizzazione del creato; piuttosto una liturgia cosmica a cui il Santo dà voce, facendo sì che i quattro elementi che compongono il cosmo – aria, acqua, terra e fuoco – riconoscano la dipendenza dal loro Creatore; e che, anzi, si riconoscano figli dell’unico Padre e fratelli/sorelle tra di loro.

In questo sguardo verso l’alto, Francesco prende decisamente le distanze dalle teorie catare, che attribuivano la creazione del mondo fisico a Satana. Lo sguardo teologico di Francesco riecheggia quanto afferma il libro della Sapienza: Dio “ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte” (Sap 1,14). In rapporto a Dio, le creature acquistano il loro valore e perfino la morte diventa “sorella”, guardata da un uomo ormai alle soglie dell’eternità, perché attraverso di essa viene discriminato il bene dal male, l’amore di chi avrà vissuto nella volontà di Dio dal male di chi avrà vissuto nel peccato mortale, nella chiusura all’amore divino. Più si sente fratello di tutti, Francesco, più si sente fratello delle altre creature.

Commenta papa Leone:

La visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato. Francesco, che chiama il sole «fratello» e la luna «sorella», che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale (Lettera ai Ministri Generali della Famiglia Francescana, 7 gennaio 2026).

Da ogni fallimento rinasce una nuova ondata di amore, che diventa amore sociale: dalla prigionia per la guerra contro Perugia le domande sul senso della sua vita; dall’incontro imbarazzato con il lebbroso la spinta alla misericordia e alla condivisione; dalle rovine in cui era caduta la Chiesa al desiderio di ripararla senza abbandonarla, dalla fuga dalla casa paterna alla nuova famiglia dei “fratres” e delle “sorores”, dalla spietatezza del lupo e dei briganti alla pace nella città; dalla crociata contro “gli infedeli” all’incontro amichevole e a un nuovo metodo missionario; dalla cecità e malattia alla lode cosmica. La forza del messaggio di Francesco è impressionante.

San Geminiano, di cui sappiamo pochissimo, è una figura apparentemente molto diversa, sia per l’epoca in cui è vissuto (dal 312 al 397), sia per le problematiche e i tratti della sua esistenza. Però un’assonanza colpisce: sant’Ambrogio, vescovo di Milano contemporaneo di san Geminiano e morto esattamente nello stesso anno, attraversando nel 390 Modena e altre città emiliane per recarsi a Bologna, scrisse che gli apparivano «cadaveri di città semidistrutte» (semirutarum urbium cadavera: Epist. 39,3). Come farà Francesco molti secoli dopo, Geminiano deve aver vissuto il suo intenso ministero come un’opera di “riparazione” della Chiesa e della Città, devastate entrambe da tensioni, eresie e povertà di ogni tipo. Grazie a tutti i modenesi che, come Geminiano e Francesco, si impegnano in ogni maniera per ricostruire il tessuto delle nostre comunità civili e religiose.

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