Non ci resta che educare /2
Più che mai dentro la realtà di quartieri e città
Restiamo sul tema degli adolescenti, del disagio giovanile e delle possibili soluzioni, facendo riferimento ad esempi concreti di progetti già attivi per valutare la loro efficacia. Gli interventi educativi ottengono risultati diversi nella riduzione di devianza, abbandono scolastico, NEET (giovani che non studiano né lavorano) e disagio sociale, a seconda del contesto e degli indicatori utilizzati. In Italia, programmi integrati come quelli sostenuti dal Fondo per il Contrasto della Povertà Educativa hanno coinvolto centinaia di migliaia di ragazzi, mostrando evidenze di efficacia nei progetti pilota. Progetti come “Cambio Rotta” e “Fuori Campo” a Torino riducono il rischio di devianza attraverso l’azione di educatori di strada e reti comunitarie, intercettando giovani a rischio e favorendo il reinserimento scolastico o lavorativo; questi modelli si sono dimostrati replicabili e affidabili nel tempo. Attualmente in Italia circa 408mila giovani (9,8%) hanno lasciato precocemente gli studi, e il 53,1% di loro diventa NEET. Secondo Fondazione Gi Group, interventi precoci, orientamento personalizzato e presi di extrascolastici possono ridurre questo fenomeno del 10-30% nelle aree più svantaggiate.
L’educativa di strada insieme ai centri di aggregazione servono a prevenire l’emarginazione sociale, offrendo laboratori e momenti di dialogo che riducono la solitudine e le fragilità giovanili del 20-40% in contesti urbani difficili, come avviene a Milano con il progetto “Street Education”. Un tratto comune dei progetti efficaci è la costruzione di una rete comunitaria solida: una vera “comunità educante” estesa all’intero tessuto cittadino. Il progetto giovani della Regione Lombardia sottolinea che il disagio giovanile è un fenomeno complesso che comprende problemi psicologici, relazionali, conflitti familiari, disturbi alimentari, isolamento sociale, abbandono scolastico, dipendenze e problemi legali. Si tratta di un’emergenza sociale ed educativa, che interessa tutta la comunità. Di conseguenza, anche la responsabilità del benessere dei giovani spetta a tutti: genitori, insegnanti, educatori, allenatori, associazioni culturali, istituzioni locali, parrocchie e forze dell’ordine, che spesso esercitano anche un ruolo educativo sottovalutato.
La sfida principale resta superare la frammentazione per coordinare stabilmente e coerentemente tutti questi attori educativi, ponendo attenzione ai luoghi principali della vita dei ragazzi: la strada (piazze, parchi) con la forza dell’educativa di strada, la scuola, i centri di aggregazione e naturalmente la famiglia. Un vero cambiamento richiederebbe di passare da interventi calati dall’alto a politiche costruite insieme ai giovani stessi, basate su relazione e dialogo. L’esperienza dimostra che quando si coinvolgono i ragazzi in attività significative come volontariato, sport, arte e cittadinanza attiva, questi agiscono come potenti fattori protettivi, rafforzano identità, autostima, competenze relazionali e riducono ansia, depressione e comportamenti a rischio. La trasformazione auspicata è quella di vedere città e quartieri non solo come strutture fisiche, ma come ambienti fertili di relazioni, affetti e opportunità. Non basta risolvere i problemi: bisogna creare benessere.
A livello locale, Carpi dispone di quasi tutti gli elementi necessari per mettere in pratica queste politiche. Nell’ultimo periodo è stata potenziata l’educativa di strada e ci sono numerose opportunità associative (anche se si può migliorare sulla musica). Progetti di rete come Kombolela – nato dalla collaborazione tra Centro per le Famiglie, Servizi Sociali e Terzo settore – offrono interventi socioeducativi contro il disagio minorile. Sarebbe importante lavorare maggiormente sulla costruzione e il mantenimento della rete, riconosciuta da tutti come fondamentale per l’efficacia degli interventi. L’obiettivo resta quello di trasformare la città e il quartiere in veri terreni di sviluppo umano, creando benessere diffuso e valorizzando davvero le nuove generazioni come risorsa per il futuro.




