La morte oggi
Etica della vita, una rubrica di Gabriele Semprebon
“Incerta omnia, sola mors certa” scriveva S. Agostino, cosa ovvia, eppure, nella nostra società si fa di tutto “come se” non dovesse mai accadere, quindi la morte è oggi, almeno nella comprensione dei più, diversa da quella di ieri. Morin chiama la nostra società “amortale”, cioè ci si pone solo il problema del vivere ma mai quello del morire. Se nel Medio Evo europeo, fino al XVIII° secolo, la spettanza media di vita di una trentina d’anni rimane pressoché invariata nel tempo, negli ultimi anni ha una ascesa vertiginosa arrivando a superare gli ottanta, illudendo l’uomo della possibilità di una sorte di immortalità terrena. Tutto ciò influisce sulla relazione uomo-morte. Philippe Arìes distingue diverse fasi storiche in cui l’uomo si comporta in modo diverso in relazione con la morte identificando nella nostra epoca una quarta fase che la chiama fase della morte proibita: la morte è allontanata non solo dal pensiero ma anche fisicamente, non si muore quasi mai a casa ma negli ospedali e spesso soli. E’ nella nostra epoca, dal dopo guerra in avanti, che si inizia a laicizzare il processo del morire: si misura la vita in quanto non è più governata da Dio ma dal funzionamento degli organi, si sostituisce la figura del sacerdote al capezzale del morente con quella del medico, i cimiteri vengono costruiti lontano dalla parrocchia, tutto viene delegato alle agenzie funebri che sequestrano il congiunto per tutto quello che veniva invece fatto tra le mura domestiche, aumentano le pratiche di cremazione. Laicizzazione e allontanamento della morte dai vivi, della morte non se ne deve parlare, né con il morente e tantomeno con bambini. Fino al XVIII secolo non esistevano immagini che ritraevano un agonizzante in cui non ci fosse la presenza di persone compresi i bambini; probabilmente oggi gli adulti non vogliono parlare ai figli altrimenti comunicherebbero loro solo angoscia e paura. Questo porta al rischio di crescere dei bambini immortali in un mondo immortale. In una società fortemente vitalista e giovanilista, la morte ne è la negazione, quindi va rimossa: non bisogna parlarne, non bisogna vederla, bisogna allontanare tutto ciò che la ricorda, compresi vecchi e malati, nasconderla e privatizzarla. D’altro canto, però, quasi per esorcizzarla illudendosi di poterla dominare, la morte diventa spettacolo: trasmissioni televisive che mettono a nudo gli aspetti più raccapriccianti di omicidi e storie lugubri, video giochi con azioni truculente, film, cartoni animati, abbigliamento con teschi e ossa. Dal punto di vista della tecnica medica, si pone in campo uno spiegamento di forze per posporre la vita in un gigantesco sforzo di accanimento terapeutico che annulla l’uomo creando delle vere e proprie mummie viventi. La conclusione è semplice e richiama ad una urgenza: dobbiamo riappropriarci della morte, per poter vivere con la giusta misura nel tempo e nella storia.
Gabriele Semprebon




