Intervista al vescovo Castellucci sul valore del volontariato per il territorio modenese
di Paolo Seghedoni
Nell’ambito del progetto Modena Capitale italiana del volontariato, anche la chiesa modenese, tramite la Caritas, è fortemente interessata alle tematiche del volontariato che, non di rado, è praticato da persone che sono impegnate sia all’interno della comunità cristiana che al di fuori di essa. Ne parliamo con il vescovo Erio Castellucci all’indomani dell’importante convegno sulla giustizia riparativa che si è tenuto a Modena il 14 marzo scorso.
Don Erio c’è una parola che, secondo lei, identifica meglio l’impegno dei volontari?
Per me la parola è gratuità. Non mi riferisco semplicemente alla gratuità economica ma a quella affettiva, del cuore. Uno è volontario quando opera in modo disinteressato per il bene dell’altro. La cosa bella è che poi, come diciamo sempre come un ritornello, è che si riceve: i volontari dicono spesso che ricevono più di quello che danno. Questo non è semplicemente una questione sentimentale, perché per fare volontariato ci vuole una certa forza di volontà, è importante anche l’etimologia di volontariato. Occorre andare oltre il dovuto, a volte vincere un po’ di pigrizia o comunque forzarsi un pochino per prendere l’iniziativa, ma poi appunto riceve parecchio. È la gratuità secondo il Vangelo: Gesù non dice che chi opera gratuitamente andrà in perdita, ma chi opera gratuitamente dona e si sacrifica anche ma poi riceve.




