Ucraina: speranza, il bene più prezioso
La Carovana della pace formata da varie realtà italiane ha portato generatori e aiuti ad Odessa e Mykolaiv
di Irene Ciambezi
Sono 150 i volontari provenienti da diverse parti d’Italia arrivati a inizio aprile ad Odessa e Mikolaiv per sostenere la popolazione proprio nei giorni precedenti la Pasqua, con segni importanti di rinascita. I gruppi che fanno parte della cosiddetta Carovana della pace promossa dalla rete “Stop the war now” coordinata da Comunità Papa Giovanni XXIII, Focsiv, AOI, Rete Italiana Pace e Disarmo, Libera hanno donato 25 generatori di corrente e 20 tonnellate di aiuti umanitari per la popolazione martoriata dalla guerra. Uno dei generatori grazie in particolare alla Diocesi di Bologna è stato consegnato ad un Ospedale pediatrico di Odessa. I generatori sono stati consegnati per l’alimentazione di dissalatori per l’acqua, rifugi antiaerei e alcuni centri per la distribuzione di aiuti umanitari della Caritas. Mentre i governi continuano a provvedere all’invio di armi, dall’Italia prosegue infatti l’impegno di 180 organizzazioni della società civile per ricostruire la pace e supportare la popolazione con aiuti concreti.
Tra i volontari anche il bolognese Giulio Boschi appartenente al Movimento dei focolari che han partecipato alla spedizione pacifica da diverse diocesi dell’Emilia- Romagna. “Fin dall’inizio del lungo viaggio coi pulmini pieni di aiuti – racconta – ho avuto chiaro senso di questa carovana. Ricordo infatti al controllo alla frontiera slovena, un poliziotto che ci ha chiesto: ha senso fare un viaggio del genere così lungo e dispendioso? Ed io ho risposto: ‘La merce più importante che trasportiamo è la speranza! Per questo ne vale la pena!’. Abbiamo infatti toccato con mano che le piazze erano piene di gente che ci aspettavano, attendevano di certo gli aiuti alimentari ma hanno anche ascoltato le nostre canzoni, condiviso le testimonianze. Le parole di speranza di cui parlava Giorgio La Pira sono fondamentali”. Lo sono ancora di più per chi vive nella desolazione, senza acqua, senza energia, da oltre 400 giorni di guerra. E che non intravedono una tregua nemmeno in vista della Pasqua ortodossa che si celebrerà domenica 16 aprile, secondo il calendario giuliano e non quello gregoriano seguito dalla Chiesa cattolica.
Cosa significa per chi appartiene ad un movimento finalizzato all’unità vivere queste settimane attraversando posti di blocco, tra mezzi militari? “Su un arco della chiesa greco ortodossa di Mykolaiv, dove abbiamo vissuto una intensa celebrazione delle Palme molto sentita dai sacerdoti che l’hanno concelebrata, dalle religiose e da tutti i presenti, ho letto una frase che è proprio il motto del nostro movimento: ‘Ut onmes unut sunt’. Per me è stato un po’ come tornare all’origine dell’esperienza dei focolari a Trento dove Chiara Lubich, la nostra fondatrice, con le prime compagne durante la guerra mondiale distribuiva cibo e aiuti a chi era rimasto senza nulla. Per tanti di noi, è un ritorno alle origini dei nostri carismi e andare al fianco della popolazione colpita dalla guerra ci fa riscegliere il senso di quel camminare insieme agli altri, di vivere la nostra fede proprio nel nome della pace che riunisce tante differenze, tante realtà anche non credenti. Se penso ai bambini che vengono da mesi di violenza e nei cui occhi si vede l’incredulità quando i giovani della Carovana della pace propongono loro di giocare, ballare, cantare… Hanno vissuto dei cambiamenti così grandi e improvvisi, sono tutti i giorni in una situazione irreale ma proprio per questo è importante sapere che non sono rimasti soli. D’altra parte l’avanzare della primavera significa per la popolazione ucraina, l’attesa di una nuova escalation… La paura è sempre presente anche se si sta avvicinando la Pasqua. Siamo consapevoli che mettiamo una goccia nel mare ma se non ce la mettiamo mancherebbe. Questo gesto è solo un segno ma ha un grande valore per ognuno di noi. In Ucraina ci sono famiglie che vivono con 90 euro al mese, non possiamo dimenticarlo”.
Portare generatori e distribuire acqua e alimenti è un modo per creare una cultura di pace, durevole, che nelle due guerre mondiali ha portato un rinnovamento anche delle nostre chiese locali, comunità, parrocchie, movimenti dove lo stile della non violenza insegnato da Gesù contagia piccoli e grandi nel primato dell’amore e del perdono.




